Approfondimenti

Una frase idiota: «Lo dice la scienza»

26 Settembre 2026

Nullius in verba. Sulla parola di nessuno.

— Motto della Royal Society, da Orazio


Aula di tribunale deserta: un camice bianco sulla sedia vuota dei testimoni, un fascicolo legato con lo spago e un vecchio telefono con la cornetta staccata.

Capo d’imputazione

Nel fascicolo c’è una frase sola, «Lo dice la scienza», e l’imputato ha la pretesa di chiudere il processo prima che il cancelliere abbia finito di leggere il capo d’imputazione. Quattro parole, e dovremmo tornarcene tutti a casa.

Il guaio è che il testimone chiamato a deporre è muto. La scienza non parla: non ha bocca, non ha ufficio stampa, non firma comunicati e non va ospite al telegiornale della sera. È un metodo, una fatica lunga fatta di ipotesi, prove, errori e correzioni. A parlare, semmai, sono gli scienziati, con i loro dati parziali, i loro margini d’errore e la deliziosa abitudine di non essere quasi mai d’accordo tra loro. Sulle questioni aperte il disaccordo è la regola, non l’eccezione. E sapete dove salta fuori, puntuale come un creditore, la frase magica? Proprio lì.

Il gioco di prestigio è antico quanto la retorica. Si prende la tesi controversa, la si infila nello stesso sacco della Terra piatta, si scuote bene, e chi dubita della prima si ritrova terrapiattista d’ufficio senza aver detto una parola sulla seconda. Colpa per associazione. Nel mio mestiere ha un nome più tecnico: si impacchettano i mutui marci insieme a quelli buoni e ci si fa dare la tripla A. Come va a finire l’abbiamo visto nel 2008, e a pagare il conto, curiosamente, non furono i confezionatori.

Nel 1660 nacque a Londra la Royal Society, la più antica accademia scientifica ancora in attività, e appena due anni dopo, con la prima carta reale, si diede un motto rubato a Orazio: sulla parola di nessuno. Oltre tre secoli e mezzo dopo vi chiedono l’esatto contrario, sulla parola di qualcuno. E chi sia quel qualcuno, naturalmente, lo decidono loro.

Il camice come tonaca

Chi pronuncia la frase, di solito, non vuole informarvi: vuole farvi tacere. Non porta un argomento, porta un’autorità, e l’autorità ha il grande vantaggio di non dover dimostrare nulla. I discepoli di Pitagora chiudevano ogni disputa con due parole, ipse dixit, l’ha detto Lui, e la faccenda finiva lì. Sono passati duemilacinquecento anni e l’unica cosa cambiata è il guardaroba: fuori la tonaca, dentro il camice.

Poi viene il salto, che è il numero migliore del repertorio. Si parte da un dato, «X aumenta il rischio di Y», e si atterra su un ordine, «quindi dovete fare Z», senza che nessuno abbia visto il trampolino. Strada facendo le parole cambiano pelle con la disinvoltura dei titoli spazzatura ribattezzati «ad alto rendimento»: «associato a» diventa «causa», un rischio raddoppiato diventa un pericolo mortale anche quando in assoluto resta un decimale, «non dimostrato dannoso» diventa «sicuro».

Mettetevelo in testa: la scienza descrive, non prescrive. Vi dice che cosa succede se fate una cosa, non se dovete farla. Sul come, al massimo, vi apre davanti il ventaglio delle strade possibili, ciascuna col suo cartellino di costi e benefici; quale imboccare non è affar suo. Per scegliere servono priorità e valori, e questa roba ha un nome antico e poco elegante: politica. Anche quando l’obiettivo è condiviso da tutti, il come resta una scelta. Divieto o incentivo, tassa o sussidio, subito o fra vent’anni.

Ed è nel come che si decide chi paga.

Segui i soldi… e il potere

Nessuna decisione è neutra, perché ogni regola sposta denaro: da una parte qualcuno paga i costi, dall’altra qualcuno incassa i benefici, e raramente si tratta della stessa persona. Una linea guida alimentare decide quali scaffali del supermercato si svuotano e quali si riempiono. Una soglia sul debito decide chi subisce i tagli e chi, qualche anno dopo, compra i beni pubblici messi in saldo. Una politica sulle emissioni decide quali fabbriche chiudono e in quale continente riaprono, quali distretti si svuotano, chi produce le batterie e chi possiede le miniere. Cambia il destino di milioni di lavoratori e sposta i pesi della geopolitica. L’Europa ha lasciato il gas russo per quello liquefatto americano, pagato caro e salato, e a Washington ha promesso 750 miliardi di dollari di acquisti energetici in tre anni, tra gas, petrolio e nucleare, con in più l’impegno di comprare in quantità armi americane. Per l’auto del futuro, intanto, si è messa in coda davanti alle batterie cinesi. E ha chiamato tutto questo indipendenza.

Seguite il giro fino in fondo. Il dato diventa prescrizione, la prescrizione diventa decisione, la decisione diventa fatturato, e questo genera potere, che spesso vale più dei soldi, perché chi stabilisce che cosa è vero stabilisce anche che cosa si deve fare. I due si alimentano a vicenda come un motore ben oliato: il fatturato compra potere, il potere garantisce altro fatturato, e chi incassa l’uno e l’altro finanzia la ricerca successiva e sceglie pure chi la giudicherà.

Il cerchio si chiude.

Ed è lì, dentro il cerchio, che la politica si nasconde, col camice addosso per non dover rendere conto delle proprie scelte. Pirandello ci avrebbe scritto una commedia, Così è (se vi pare), con la sola differenza che qui, se non vi pare, il problema diventate voi. Anzi, a sentire qualcuno, il problema siete voi e basta, perché siete troppi. Roberto Cingolani, fisico e poi ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi, lo ha ripetuto più di una volta: il pianeta sarebbe «progettato» per tre miliardi di persone, e noi siamo otto.

Sì, proprio tu, che stai leggendo adesso. Sei in esubero. Chi sia il progettista, per inciso, il ministro non l’ha mai detto.

Le prove a carico

La scienza la fanno persone, le persone stanno dentro istituzioni, e le istituzioni distribuiscono fondi, cattedre, pubblicazioni e ospitate in televisione. Chi si allinea trova le porte spalancate; chi dissente trova progetti respinti, revisori ostili ed etichette infamanti. Non serve nessuna regia occulta, nessuna stanza dei bottoni: basta che gli incentivi puntino tutti dalla stessa parte, e il gregge si orienta da solo, convinto per giunta di aver scelto la strada. Volete le prove? Le mettiamo agli atti.

Reperto numero uno. Harvard, 1967. Una rassegna scientifica di gran nome assolve lo zucchero e scarica la colpa delle malattie cardiache sui grassi. Solo nel 2016 si scopre chi aveva pagato il conto: l’industria dello zucchero, 6.500 dollari dell’epoca, una cinquantina di migliaia di oggi, per un lavoro di cui aveva fissato l’obiettivo e letto le bozze. Nel frattempo quella tesi aveva contribuito per decenni a orientare la ricerca e le linee guida alimentari. Voi toglievate il burro dalla colazione, loro vendevano le merendine.

Reperto numero due. Il piombo nella benzina. Per una quarantina d’anni la linea ufficiale sulla sua innocuità la detta Robert Kehoe, reclutato e finanziato dall’industria, unico esperto riconosciuto della materia. Clair Patterson, il geochimico che aveva calcolato l’età della Terra e che ora trovava piombo dappertutto, dai ghiacci ai fondali, si vede tagliare i fondi e sbattere le porte in faccia. Negli Stati Uniti il piombo sparisce dalla benzina per autotrazione solo il primo gennaio 1996. Chi aveva ragione pagava, chi aveva torto incassava, e nessuno ha mai restituito niente.

Reperto numero tre, il mio preferito. Nel 2010 Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, lui professore a Harvard e già capo economista del Fondo monetario, in un articolo di poche pagine mai passato per una vera revisione, sentenziano che oltre il 90% di debito sul PIL la crescita di un paese crolla. La soglia diventa vangelo in un amen: Olli Rehn la brandisce per imporre il rigore all’eurozona, George Osborne la sventola a Londra, Paul Ryan la porta al Congresso americano.

Poi, nel 2013, uno studente di dottorato di nome Thomas Herndon, per un compito del corso di econometria, fa quello che nessun luminare si era preso la briga di fare: rifà i conti. Trova un errore nel foglio Excel e dati esclusi senza giustificazione, cherry picking da manuale, voluto o no. Corretti i conti, la crescita media oltre la soglia non è più meno 0,1%, ma più 2,2%, e la soglia evapora. Il verdetto della scienza era una cella sbagliata, e i tagli, intanto, li avevate già pagati voi.

Casi isolati? Nel 2015 si rifanno cento studi di psicologia pubblicati su riviste di prestigio: in origine il 97% aveva dato risultati significativi, alla replica il 36%. Nel 2012 i ricercatori di Amgen provano a confermare 53 studi di riferimento in oncologia preclinica e ne confermano sei. Sei. E i 47 che non reggevano, nelle riviste di punta, erano stati citati più di quelli buoni. In nutrizione, intere raccomandazioni poggiano su studi che mostrano associazioni e non cause.

In Borsa un emittente con questo track record lo sospendono dalle contrattazioni, oppure lo mettono a capo della BCE. In televisione, invece, lo chiamano «la scienza».

Il dissenso da ricovero

Quando l’autorità non basta più, si cambia bersaglio e si passa al dissenziente. Ai suoi argomenti non si risponde: se ne fa la diagnosi. C.S. Lewis diede a questo trucco un nome buffo e preciso, bulverismo, cioè dare per scontato che l’altro abbia torto e dedicarsi con zelo a spiegare perché ci è cascato. Nell’Unione Sovietica erano più sbrigativi e meno letterati: i dissidenti non li confutavano, li ricoveravano.

Le cartelle cliniche, da noi, sono tre. La prima è clinica in senso stretto: paura, bisogno di certezze, pensiero magico. La vostra obiezione non è un argomento, è un sintomo, e a voi non serve una risposta ma uno psicologo. La seconda è morale, e si scrive con parole prese in prestito da ben altre tragedie, come «negazionista», oppure buone per tutte le stagioni, come «complottista»: etichette confezionate apposta per rendervi impresentabili prima ancora che apriate bocca. La terza è sociale, ed è la riserva indiana. Lì dentro ci finiscono gli ignoranti, i marginali, i poveracci morti di fame che non hanno studiato, gente che nessuno è tenuto ad ascoltare perché tanto non conta.

In tutti e tre i casi la domanda resta lì, intatta, e nessuno la tocca. Chi ha buoni argomenti li usa volentieri; chi fa la diagnosi all’avversario, di solito, gli argomenti li ha finiti da un pezzo.

La variante: «La scienza non è democratica»

Negli scacchi ogni apertura ha le sue varianti, e questa è di gran lunga la più giocata in Italia. Ormai è uno slogan: la ripetono conduttori, editorialisti, politici e commentatori da tastiera, e la si tira fuori come un tesserino da mostrare all’ingresso per saltare la fila del ragionamento. Il copyright, se proprio vogliamo, spetta a Roberto Burioni, che la lanciò su Facebook nel gennaio 2017 e ci costruì sopra un libro per Rizzoli, La congiura dei somari. Perché la scienza non può essere democratica. Da lì la frase ha preso vita propria, come il pullman o la biro: la parola gira ovunque, l’inventore non se lo ricorda più nessuno.

La prima metà della mossa è corretta, e va riconosciuto. La velocità della luce non si decide per alzata di mano, e nessuno sano di mente pretende il contrario. Il trucco sta nella seconda metà, dove da «la verità non si vota» si passa, senza cambiare tono, a «qui parla solo chi ha il titolo». Il suo autore lo ha mostrato meglio di chiunque. «Uno non vale uno», scrisse a un giornalista; e a un filosofo precario che osava contraddirlo ricordò la differenza tra un professore a contratto e un ordinario. Non la differenza tra un argomento giusto e uno sbagliato, si badi. Quella di grado.

La scienza non è democratica, d’accordo. Ma non è nemmeno una monarchia: non si vota e non si comanda, e il motto della Royal Society vale anche per gli ordinari. Negli scacchi nessuno mette ai voti la mossa giusta, ma non la decide neppure il Grande Maestro con l’Elo più alto. La decide la scacchiera, e il dilettante che vede il matto in tre ha ragione contro il campione del mondo che non lo vede. I reperti lo confermano: Patterson aveva ragione contro l’establishment del piombo, uno studente di dottorato ha corretto Harvard con un foglio Excel. E nel 1847 Ignaz Semmelweis chiese ai colleghi di Vienna di lavarsi le mani prima di assistere le partorienti, e la mortalità nel suo reparto crollò da quasi una su cinque a meno del 2%. Lo derisero, lo cacciarono, e nel 1865 morì in manicomio. Di che cosa, di preciso, gli storici lo discutono ancora.

Poi c’è l’ultimo passaggio, il più pericoloso, quello che si fa in punta di piedi. Dalla verità che non si vota si scivola alle decisioni che non si votano. Ma le decisioni, in una democrazia, si votano eccome: è esattamente questo, la democrazia. Chi vi dice «la scienza non è democratica» per chiudere il dibattito su una legge non sta difendendo la fisica.

Vi sta togliendo il voto.

La potenza di fuoco

Quelle etichette attaccano per una ragione sola: dietro chi le usa c’è una forza che l’altra parte non ha. Gli incentivi esistono ovunque, d’accordo, ma non sono simmetrici. Da un lato ci sono agenzie pubbliche di finanziamento, grandi riviste, organismi internazionali, media generalisti e piattaforme che decidono di loro iniziativa che cosa sia disinformazione. Dall’altro poche voci, mezzi limitati e l’etichetta già cucita addosso come un numero di matricola.

Chi vi dice che «gli interessi stanno da tutte e due le parti» ha ragione sulla carta e torto nei numeri. È come mettere sullo stesso piano la Federal Reserve e il cambiavalute sotto casa: entrambi trattano denaro, ma uno solo lo stampa. La falsa simmetria serve a una cosa precisa, far passare la critica per l’altra faccia della stessa medaglia, così che tutti abbiano un po’ torto e nessuno debba rispondere di niente.

Poi c’è il tempo, l’arma più sottovalutata dell’arsenale. Il dato sbagliato prima o poi viene corretto, certo, ma alla velocità decisa da chi ha interesse a correggerlo. Per lo zucchero e per il piombo ci è voluto mezzo secolo; per l’austerità la smentita è arrivata a tagli già fatti. In Borsa questa cosa si chiama liquidità: vince chi può permettersi di aspettare, e chi dissente, di liquidità, non ne ha mai avuta. A decisioni prese, una correzione cambia i libri di storia, non la vita di chi quelle decisioni le ha pagate.

La perizia

Fin qui abbiamo chiesto chi paga. Resta la domanda più semplice e più letale di tutte: il ragionamento sta in piedi? Per rispondere non serve sapere chi finanzia né avere accesso ai dati grezzi. Basta leggere con un po’ di attenzione, che è il servizio meno richiesto e più prezioso del mercato.

Un’affermazione crolla da sola quando contraddice ciò che la stessa fonte sosteneva ieri, senza che nessuno spieghi che cosa sia cambiato nel frattempo. In Borsa un’azienda che rivede la guidance senza dare spiegazioni la puniscono all’apertura; fuori dalla Borsa, pare, la premiano con un’altra intervista. Crolla quando qualunque esito la conferma: se X succede è la prova, se non succede è merito delle misure prese. Testa vinco io, croce perdi tu. Popper la chiamava infalsificabilità, e una tesi così non è scientifica per definizione, è un oroscopo con le note a piè di pagina. Crolla, infine, quando i paletti si spostano strada facendo e restano dati che non spiega, casi che non tornano, domande ovvie liquidate invece che affrontate.

Quel silenzio è l’indizio più eloquente. Una tesi solida accoglie l’obiezione e la usa per mostrare quanto regge; una tesi debole la tratta come un’offesa personale. Su questo terreno non servono processi alle intenzioni. Basta la perizia, e il ragionamento zoppica a occhio nudo.

Sentenza

Il Pretore, che non è un fanatico, concede un’attenuante. A volte la frase è soltanto una scorciatoia goffa per un consenso solido e verificato: la Terra gira intorno al Sole, e lì nessuno discute. In quel caso il contenuto regge e la formula resta sciatta. Detta come si deve suonerebbe così, «le evidenze disponibili indicano questo, con questo grado di certezza»: meno efficace come slogan, molto più scientifica.

Per tutti gli altri casi basta una riga, e io la tengo sempre in tasca come un biglietto da visita: «Benissimo. Dammi il numero di telefono della scienza, che le faccio uno squillo e la sento di persona.» Perché dietro la scienza che «dice» c’è sempre qualcuno che parla.

Ed è con lui che dovete discutere. Con nome, cognome, conflitti d’interesse e foglio Excel.


🎭 Massima Fantiborsa™ del giorno:

“Ho provato a chiamare la scienza. Mi ha risposto il suo private banker.”

Allegati al fascicolo


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