La ricerca del Dr. Wilson Sy suggerisce un possibile legame tra le campagne di vaccinazione e l’eccesso di mortalità, evidenziando la necessità di ulteriori indagini per garantire la sicurezza pubblica.
Mentre il mondo continua ad affrontare le sfide senza precedenti poste dalla pandemia di COVID-19, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini rimangono al centro del dibattito pubblico. Un recente studio condotto dal Dr. Wilson Sy, che analizza i dati sulla mortalità in Australia, getta nuova luce su questo tema critico, sollevando importanti interrogativi sui potenziali effetti a lungo termine dei vaccini COVID-19.
Il contesto della ricerca del Dr. Sy:
Lo studio del Dr. Sy si distingue per il suo approccio basato sui dati dell’analisi degli effetti dei vaccini COVID-19. Concentrandosi sull’Australia, che grazie alla sua posizione isolata e al rigoroso controllo delle frontiere può servire come una sorta di esperimento naturale quasi controllato, Sy ha esaminato i dati grezzi sulla mortalità e sulla vaccinazione, rivelando relazioni statisticamente significative tra le campagne di vaccinazione e l’eccesso di mortalità.
I principali risultati dello studio:
Incoerenza dei dati ufficiali e dubbi sollevati
Uno degli aspetti più preoccupanti evidenziati dallo studio di Sy è l’incoerenza e la contraddittorietà dei dati ufficiali sulla pandemia. Le definizioni imprecise e mutevoli di casi, decessi e stato vaccinale hanno reso difficile ottenere un quadro chiaro della situazione. Queste discrepanze sollevano seri dubbi sull’affidabilità delle narrativa ufficiale e sottolineano la necessità di un’analisi indipendente e basata sui dati originali.
L’esperimento dei topi e le relazioni causa-effetto
Per illustrare il concetto di causalità, Sy presenta un esperimento sui topi come esempio. In questo esperimento, ai ricercatori viene data una fiala contenente un liquido di cui si vuole determinare la tossicità. Per fare ciò, somministrano una goccia a un topo, che successivamente muore dopo 10 giorni. Ripetendo l’esperimento con due gocce su un secondo topo, osservano la sua morte dopo 5 giorni. Un terzo topo che riceve quattro gocce muore dopo soli 3 giorni.
Per confermare ulteriormente la tossicità del liquido e stabilire una relazione dose-risposta, i ricercatori ipotizzano che otto gocce ucciderebbero un topo in meno di due giorni e che venti gocce (1 ml) causerebbero la morte istantanea. Quando queste previsioni si avverano, concludono con certezza che il liquido è tossico e che è stato la causa della morte dei topi, con una chiara relazione tra la dose somministrata e il tempo di sopravvivenza. Maggiore è la dose, più breve è il tempo di sopravvivenza, dimostrando così l’aumento della tossicità con l’aumento della dose.
Sy traccia un parallelo tra questo esperimento e le osservazioni fatte sui dati australiani riguardanti i vaccini COVID-19 e la mortalità in eccesso. I ricercatori hanno notato una forte correlazione tra le campagne di vaccinazione di massa e i picchi di mortalità in eccesso che seguono con un ritardo costante di circa 5 mesi. Inoltre, hanno osservato un effetto cumulativo, con ogni successiva campagna di vaccinazione che porta a un aumento proporzionalmente maggiore della mortalità in eccesso. Questo suggerisce che, come nell’esperimento dei topi, dosi maggiori (in questo caso, vaccinazioni ripetute) portano a una maggiore tossicità, che si manifesta come un aumento della mortalità in eccesso dopo un certo periodo di latenza.
Proprio come nell’esperimento dei topi, questi dati indicano un chiaro rapporto causale tra i vaccini COVID-19 e l’aumento della mortalità. I ricercatori sottolineano che questa relazione soddisfa diversi criteri epidemiologici fondamentali per la causalità, tra cui la forza dell’associazione, la coerenza dei risultati nel tempo e la presenza di un gradiente biologico (relazione dose-risposta).
Sy e il suo team affermano che queste scoperte forniscono una forte evidenza del fatto che le campagne di vaccinazione COVID-19 sono state la causa principale dell’eccesso di mortalità osservato in Australia. Essi sottolineano l’urgente necessità di ulteriori indagini per confermare questi risultati allarmanti e per indagare sui meccanismi biologici alla base di questo rapporto causale.
Correlazione tra dosi vaccinali, ritardo temporale ed effetto cumulativo
Uno dei risultati più significativi dello studio di Sy è l’individuazione di una chiara relazione tra le campagne di vaccinazione di massa in Australia e i successivi picchi di mortalità in eccesso. I ricercatori hanno osservato che dopo ogni grande campagna di vaccinazione, si verificava un aumento della mortalità in eccesso circa 5 mesi dopo, o più precisamente, dopo 21 settimane.
Questo ritardo temporale costante tra le vaccinazioni e l’aumento della mortalità è stato osservato in modo coerente attraverso il ripetersi dei cicli di vaccinazione. La prima grande campagna di vaccinazione in Australia, avvenuta all’inizio del 2021, è stata seguita da un picco di mortalità in eccesso alla fine di giugno dello stesso anno. Similarmente, la seconda grande campagna di vaccinazione, avvenuta all’inizio del 2022, ha portato a un picco corrispondente di mortalità in eccesso verso la fine di giugno 2022.
Ancora più allarmante è l’apparente effetto cumulativo delle vaccinazioni. I dati mostrano che ogni successiva campagna di vaccinazione ha portato a un aumento proporzionalmente maggiore della mortalità in eccesso rispetto alla campagna precedente. In altre parole, più dosi di vaccino sono state somministrate nel tempo, maggiore è stato l’impatto sulla mortalità.
I ricercatori hanno anche notato una relazione dose-risposta, con un maggior numero di dosi di vaccino associate a picchi più alti di mortalità in eccesso. Questa osservazione suggerisce che gli effetti avversi dei vaccini potrebbero accumularsi con la somministrazione ripetuta, portando potenzialmente a danni maggiori e più duraturi con ogni dose successiva.
Per convalidare ulteriormente le loro scoperte, i ricercatori hanno utilizzato i loro dati per fare previsioni verificabili. Dopo aver identificato il modello di mortalità in eccesso che segue le campagne di vaccinazione con un ritardo di 21 settimane, hanno previsto che la campagna di richiamo in Australia a metà del 2022 avrebbe portato a un altro picco di mortalità alla fine dell’anno. Quando i dati sulla mortalità per quel periodo sono diventati disponibili, hanno confermato questa previsione, rafforzando ulteriormente la validità delle loro scoperte.
Queste osservazioni sollevano serie preoccupazioni sui potenziali rischi a lungo termine delle vaccinazioni COVID-19 ripetute. Se ogni dose successiva porta a danni incrementali e se gli effetti continuano ad accumularsi nel tempo, le implicazioni per la salute pubblica potrebbero essere significative e di vasta portata.
Sy e il suo team sottolineano l’urgente necessità di ulteriori ricerche per confermare e comprendere meglio questi risultati allarmanti. Invitano a indagini approfondite sui meccanismi biologici che potrebbero spiegare questo apparente effetto cumulativo e sulla possibilità di danni persistenti e a lungo termine derivanti dalle vaccinazioni COVID-19.
Nel frattempo, questi risultati sollevano importanti domande sulla sicurezza e l’appropriatezza delle campagne di vaccinazione di massa in corso e delle politiche di richiamo.
Possibili implicazioni con la trascrizione nell’RNA
Uno degli aspetti più preoccupanti sollevati dallo studio del Dr. Sy riguarda i potenziali rischi associati ai meccanismi unici dei vaccini a mRNA, come quelli usati per combattere il COVID-19. A differenza dei vaccini tradizionali, che utilizzano virus inattivati o attenuati, i vaccini a mRNA funzionano introducendo un frammento di codice genetico nelle cellule umane, istruendole a produrre la proteina spike del coronavirus.
Mentre questa tecnologia è stata elogiata per la sua velocità e flessibilità, Sy solleva la possibilità inquietante che l’mRNA modificato presente in questi vaccini possa essere trascritto nel DNA umano. In condizioni normali, l’mRNA svolge il suo ruolo di fornire istruzioni per la produzione di proteine e poi si degrada rapidamente. Tuttavia, se dovesse essere trascritto nel DNA, diventerebbe parte permanente del genoma di un individuo.
Le implicazioni di questo potenziale fenomeno sono profonde e di vasta portata. Se il codice genetico per la proteina spike del coronavirus venisse integrato nel DNA umano, potrebbe portare a una produzione continua e incontrollata di questa proteina aliena all’interno del corpo. Ciò significherebbe essenzialmente che le cellule di una persona continuerebbero a produrre indefinitamente la stessa proteina virale che il vaccino era originariamente destinato a combattere.
Le conseguenze a lungo termine per la salute di questa produzione persistente di proteine spike sono ancora sconosciute, ma potrebbero essere significative. Studi hanno già collegato la proteina spike a vari esiti, tra cui l’infiammazione, i danni vascolari e le disfunzioni neurologiche. Se le cellule continuassero a produrre questa proteina potenzialmente dannosa nel tempo, potrebbe portare a una miríade di problemi di salute cronici e difficili da trattare.
Inoltre, l’integrazione dell’mRNA del vaccino nel genoma solleva la possibilità di alterazioni genetiche ereditabili. Se le modifiche del DNA si verificassero nelle cellule germinali (ovuli o spermatozoi), potrebbero essere trasmesse alle generazioni future, con implicazioni imprevedibili e potenzialmente di vasta portata per la salute della popolazione.
Sy sottolinea che, mentre questi scenari sono ipotetici, non sono fuori dal regno delle possibilità. Infatti, alcuni studi hanno già dimostrato che frammenti di RNA virale possono essere retrotrascrítti nel DNA umano, fornendo un precedente plausibile per questa preoccupazione.
Data la diffusione senza precedenti dei vaccini a mRNA COVID-19, con miliardi di dosi somministrate in tutto il mondo, anche la più piccola possibilità di effetti avversi a lungo termine richiede un’indagine urgente e approfondita. Le potenziali conseguenze di alterare permanentemente il genoma umano sono troppo gravi per essere ignorate o liquidate senza ulteriori indagini.
Sy invita a ulteriori ricerche per valutare la probabilità e i meccanismi della trascrizione inversa dell’mRNA del vaccino, nonché studi a lungo termine per monitorare eventuali effetti avversi sulla salute nelle popolazioni vaccinate. Sottolinea anche la necessità di una maggiore trasparenza e discussione pubblica su questi potenziali rischi, in modo che le persone possano prendere decisioni informate sulla vaccinazione.
L’unicità del caso australiano
Una delle forze dello studio di Sy è l’unicità del contesto australiano. Le caratteristiche geografiche e demografiche distintive dell’Australia, combinate con la sua risposta politica alla pandemia, creano condizioni quasi ideali per valutare l’impatto delle campagne di vaccinazione.
L’isolamento dell’Australia, la bassa densità di popolazione e le rigorose misure di sanità pubblica durante la pandemia minimizzano molti dei fattori di confusione che potrebbero complicare le analisi in altri contesti. Questo permette un’immagine più chiara della relazione tra vaccinazioni e mortalità.
Il ruolo dell’OMS e il nuovo trattato pandemico
Lo studio del Dr. Sy assume particolare rilevanza nel contesto del ruolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella gestione delle pandemie. Come principale autorità sanitaria internazionale, l’OMS ha una notevole influenza nell’indirizzare le risposte globali alle crisi sanitarie.
Attualmente, l’OMS ha il potere di fornire raccomandazioni e linee guida agli stati membri sulle azioni da intraprendere durante una pandemia. Tuttavia, con il proposto trattato pandemico, attualmente in fase di negoziazione, l’OMS potrebbe acquisire poteri significativamente maggiori. Questo trattato mira a rafforzare la preparazione e la risposta globale alle pandemie, ma solleva anche preoccupazioni riguardo alla sovranità nazionale e al processo decisionale basato sull’evidenza.
Una delle disposizioni più controverse del trattato proposto è la potenziale autorità dell’OMS di imporre misure sanitarie vincolanti agli stati membri, come lockdown, quarantene e campagne di vaccinazione di massa. Questa mossa segnerebbe un cambiamento significativo rispetto al ruolo tradizionalmente consultivo dell’organizzazione e solleva interrogativi su come tali poteri potrebbero essere esercitati e controllati.
Alla luce delle preoccupanti scoperte dello studio di Sy sui potenziali effetti avversi a lungo termine dei vaccini COVID-19, la prospettiva che l’OMS possa imporre vaccinazioni di massa diventa particolarmente allarmante. Se ulteriori ricerche confermano questi risultati, diventa imperativo che qualsiasi decisione riguardante le campagne di vaccinazione sia basata su prove scientifiche solide, trasparenti e sottoposte a revisione tra pari.
C’è il rischio che, sotto la pressione di una crisi globale, decisioni affrettate possano essere prese senza un’adeguata considerazione delle potenziali conseguenze a lungo termine. Il processo decisionale in queste situazioni deve dare priorità a un’analisi rischio-beneficio completa e sfumata, piuttosto che a un approccio univoco che favorisce le vaccinazioni di massa senza tener conto dei potenziali danni.
Inoltre, devono essere in atto meccanismi per garantire l’oversight e la responsabilità delle decisioni prese dall’OMS. Ciò include la trasparenza riguardo alle basi delle decisioni, l’apertura al controllo e alla critica scientifica e la volontà di adattarsi di fronte a nuove prove. Non ci può essere spazio per il dogmatismo o il pensiero unico quando sono in gioco la salute e il benessere di miliardi di persone.
Rapporti tra OMS, case farmaceutiche, finanziamenti e fondazioni
Le complesse relazioni tra l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’industria farmaceutica, i finanziatori privati e le fondazioni “filantropiche” sollevano importanti interrogativi su potenziali conflitti di interesse e influenze indebite nelle politiche sanitarie globali. Questi legami sono diventati sempre più rilevanti alla luce delle controverse risposte alla pandemia di COVID-19 e delle preoccupanti scoperte dello studio del Dr. Sy.
L’OMS, come principale autorità sanitaria internazionale, si affida a un mix di finanziamenti da parte dei suoi stati membri e di donatori privati. Tuttavia, negli ultimi decenni, il contributo dei finanziamenti privati è aumentato in modo significativo. Tra i maggiori contributori ci sono potenti fondazioni come la Bill and Melinda Gates Foundation e la GAVI Alliance, entrambe strettamente legate all’industria farmaceutica.
Ad esempio, la Gates Foundation è uno dei maggiori finanziatori dell’OMS, avendo contribuito con oltre 2 miliardi di dollari negli ultimi due decenni. Allo stesso tempo, la fondazione detiene importanti investimenti azionari in molte delle più grandi aziende farmaceutiche del mondo, tra cui Pfizer, BioNTech e Johnson & Johnson, tutte coinvolte nella produzione di vaccini COVID-19. Questo doppio ruolo di filantropo e investitore solleva preoccupazioni riguardo a potenziali conflitti di interesse.
Allo stesso modo, la GAVI Alliance, un’organizzazione di partenariato pubblico-privato focalizzata sull’aumentare l’accesso ai vaccini nei paesi a basso reddito, ha stretti legami sia con l’OMS che con l’industria farmaceutica. Diversi produttori di vaccini fanno parte del consiglio di amministrazione della GAVI e l’organizzazione ha facilitato accordi redditizi tra queste aziende e i governi.
Queste relazioni intrecciate sollevano la possibilità che le decisioni dell’OMS possano essere indebitamente influenzate da interessi commerciali, piuttosto che guidate esclusivamente da prove scientifiche imparziali. Ciò è particolarmente preoccupante data la portata e l’impatto delle dichiarazioni e delle raccomandazioni politiche dell’OMS.
Cambiamento nella definizione di pandemia
Un esempio preoccupante di tale potenziale influenza è il tempismo sospetto dei cambiamenti nella definizione di pandemia da parte dell’OMS. Prima del 2009, la definizione di pandemia dell’OMS includeva criteri specifici non solo per la diffusione geografica di una malattia, ma anche per la sua gravità e l’impatto sulla salute pubblica. In particolare, la definizione precedente richiedeva che una pandemia causasse “enormi numeri di morti e malati” e avesse un “impatto considerevole sulla società“.
Tuttavia, poco prima della dichiarazione della pandemia di H1N1 nel 2009, l’OMS ha apportato modifiche significative a questa definizione. La nuova definizione ha eliminato i criteri di gravità e impatto, concentrandosi invece esclusivamente sulla diffusione geografica del virus.
Secondo la nuova definizione, una pandemia potrebbe essere dichiarata se un nuovo virus influenzale emergesse e si diffondesse in almeno due regioni dell’OMS, indipendentemente dal numero di persone infettate o dalla gravità della malattia. Ciò significa che anche una malattia relativamente lieve e non pericolosa per la vita potrebbe essere classificata come pandemia se si diffondesse a sufficienza a livello geografico.
Questo cambiamento nella definizione ha abbassato in modo significativo la soglia per dichiarare una pandemia, rendendo molto più probabile che un focolaio venga designato come tale. Molti esperti hanno criticato questo cambiamento, sostenendo che avrebbe potuto portare a una reazione eccessiva e sproporzionata a epidemie relativamente lievi.
E infatti, quando l’H1N1 è emerso nel 2009, l’OMS ha rapidamente dichiarato una pandemia sulla base della sua nuova definizione, nonostante la relativa mitezza della malattia per la maggior parte delle persone infette. Questa dichiarazione ha innescato una risposta globale massiccia, compreso l’acquisto e la distribuzione di massa di vaccini e farmaci antivirali.
Successivamente è emerso che molti dei contratti di acquisto dei vaccini includevano clausole che venivano attivate dalla dichiarazione di pandemia dell’OMS. Queste clausole hanno portato a enormi profitti per le aziende farmaceutiche, sollevando interrogativi sui potenziali conflitti di interesse e sulle motivazioni alla base del cambiamento della definizione.
Molti hanno accusato l’OMS di aver esagerato la minaccia dell’H1N1 e di aver permesso che la sua risposta fosse influenzata dagli interessi commerciali piuttosto che guidata da prove scientifiche oggettive. Il cambiamento della definizione di pandemia è stato visto come centrale in questo controverso episodio.
Questa esperienza solleva importanti interrogativi sulla governance dell’OMS e sui processi decisionali, specialmente alla luce della sua crescente dipendenza da finanziamenti privati. Sottolinea la necessità critica di trasparenza, responsabilità e salvaguardie rigorose per garantire che le politiche di sanità pubblica siano guidate dalla scienza e dall’interesse pubblico, non da interessi commerciali.
Queste lezioni dalla risposta all’H1N1 del 2009 sono più rilevanti che mai. Affrontare potenziali conflitti di interesse e garantire l’integrità delle nostre istituzioni sanitarie globali deve essere una priorità assoluta se vogliamo rispondere efficacemente alle crisi sanitarie e proteggere la salute delle nostre popolazioni.
Conclusioni:
Lo studio pionieristico del Dr. Sy sui potenziali effetti a lungo termine dei vaccini COVID-19 in Australia rappresenta un contributo coraggioso e significativo alla nostra comprensione di questa crisi sanitaria globale. Sfidando la narrativa dominante e rischiando potenziali ripercussioni professionali, il Dr. Sy ha sollevato interrogativi critici che non possono più essere ignorati.
I risultati dello studio, seppur preliminari, sono profondamente preoccupanti. Suggeriscono una chiara correlazione tra le campagne di vaccinazione di massa e i successivi picchi di mortalità in eccesso, con prove di effetti cumulativi e danni potenzialmente persistenti a lungo termine. Con miliardi di persone in tutto il mondo che hanno ricevuto questi vaccini, le potenziali implicazioni per la salute pubblica sono di vasta portata e di enorme gravità.
Ciò che è forse più sconcertante è che queste scoperte si basano su dati ampiamente disponibili e analisi statistiche relativamente semplici. Solleva interrogativi inquietanti sul perché tali evidenze siano sfuggite all’attenzione della maggior parte dei ricercatori e delle autorità sanitarie pubbliche fino ad ora.
Non si può fare a meno di chiedersi se il mancato riconoscimento di questi potenziali rischi possa essere stato influenzato, almeno in parte, da considerazioni finanziarie. Con le massicce quantità di finanziamenti e profitti in gioco legati ai vaccini COVID-19, c’è la preoccupante possibilità che alcuni ricercatori e istituzioni possano essere stati dissuasi dall’esaminare criticamente questi problemi per paura di perdere il supporto finanziario.
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