Voci critiche, conflitti d’interesse e il ruolo delle élite finanziarie nella narrazione della crisi climatica
Introduzione: un dibattito aperto tra scienza e interessi
Il riscaldamento globale è un fenomeno reale e misurato, su questo non ci sono dubbi. Ma sulle cause di questo riscaldamento e sulle risposte da mettere in campo, il dibattito è tutt’altro che chiuso. Anzi, dietro la narrativa dominante che indica nell’attività umana la principale responsabile dei cambiamenti climatici in atto, si celano voci critiche, conflitti d’interesse e agende geopolitiche che meritano di essere esaminate con attenzione e senza pregiudizi.

Le voci scientifiche critiche verso la narrativa dominante
Autorevoli scienziati italiani come il fisico Antonino Zichichi, il premio Nobel Carlo Rubbia e il climatologo Franco Prodi hanno espresso in più occasioni perplessità sull’attribuire alle sole emissioni antropiche di CO2 la responsabilità principale del riscaldamento globale. Pur senza negare un contributo delle attività umane, questi studiosi invitano a considerare anche il ruolo di fattori naturali come le variazioni dell’attività solare e la complessità dei meccanismi di feedback del sistema climatico terrestre.



In particolare, Zichichi stima che l’uomo incida solo per il 5% sul riscaldamento, mentre il restante 95% dipenderebbe da cause naturali. Prodi, da parte sua, denuncia l’inaffidabilità dei modelli previsionali catastrofisti su cui si basano le proiezioni allarmistiche dell’IPCC, il panel ONU sul clima. Voci critiche, basate su solide competenze, che però faticano a farsi largo nel mainstream del dibattito pubblico, spesso dominato da toni apocalittici e semplificatori.
Interessi economici e politici dietro la retorica dell’emergenza
Perché queste posizioni non trovano adeguato spazio? Il sospetto è che dietro la retorica dell’emergenza climatica si annidino interessi economici e politici enormi. Interi settori industriali – dalle rinnovabili alla finanza green – così come organismi sovranazionali e gruppi finanziari speculativi hanno molto da guadagnare da un clima di allarme permanente e di accelerata transizione dei modelli produttivi [1][2].
Non a caso si assiste a una martellante campagna mediatica tesa a imporre il pensiero unico catastrofista, che troppo spesso schiaccia le necessarie sfumature del dibattito scientifico. Greta Thunberg,

pur animata da genuine preoccupazioni, appare più un’icona costruita ad arte per veicolare un messaggio preconfezionato che non una voce davvero rappresentativa della complessità del tema.
Cambiamenti di paradigma nell’allarmismo climatico
D’altronde la storia recente insegna a diffidare di certi profetismi climatici a senso unico. Basti ricordare che negli anni ’70 molti articoli sulla stampa mondiale mettevano in guardia non contro il riscaldamento globale, bensì contro l’imminente arrivo di una nuova era glaciale. Titoli cubitali del New York Times o di Newsweek annunciavano catastrofi tra i ghiacci, supportati dal parere di presunti esperti [3][4].
Previsioni che si sono rivelate clamorosamente sbagliate, così come quelle sull’innalzamento dei mari e sugli sconvolgimenti climatici che avrebbero dovuto prodursi entro il Duemila secondo gli allarmisti del global warming [5]. E che dire del “buco nell’ozono“, altra emergenza ambientale sbandierata negli anni ’80 e poi misteriosamente scomparsa dai radar mediatici? Segno che forse un po’ di cautela nell’utilizzare modelli previsionali per loro natura incerti e opinabili sarebbe d’obbligo.
Il ruolo del World Economic Forum e la “Grande Reset” verde
In questo scenario, non può non destare interrogativi il ruolo giocato dal World Economic Forum (WEF), la potente organizzazione che riunisce leader politici e grandi attori economico-finanziari globali. Il WEF, con il suo fondatore Klaus Schwab in testa, è in prima linea nel promuovere la tesi della responsabilità umana nel riscaldamento globale e nel sollecitare una risposta urgente e radicale [6].

Già nel 2006, in un rapporto intitolato “Climate Change and Its Impact on Business and Society“, il WEF dipingeva scenari catastrofici di migrazioni di massa, crollo delle rese agricole e instabilità geopolitica nel caso di un’azione insufficiente contro il surriscaldamento. Da allora, ogni edizione del Forum di Davos ha riservato ampio spazio alla questione climatica, sempre nell’ottica di un’accelerazione della “transizione verde”.
Ma c’è di più. Per il WEF la crisi climatica rappresenta un’irripetibile occasione per quella “Grande Reset” dell’economia mondiale che l’organizzazione invoca da tempo [6]. Una ridefinizione in chiave green ma anche dirigista e accentratrice, in cui Stati e istituzioni sovranazionali assumono un ruolo regolatorio pervasivo sui mercati e sui comportamenti individuali, in nome dell’emergenza. Un’agenda che solleva più di un dubbio su quale sia la vera priorità: la salvezza del pianeta o il consolidamento di nuovi assetti di potere globali [7].
Al Gore: da politico sconfitto a profeta (e businessman) del clima
Emblematica in tal senso è la parabola di Al Gore, ex vicepresidente USA diventato un campione globale della causa climatica dopo la sua sconfitta alle presidenziali del 2000. Già durante il suo mandato, Gore aveva stretto rapporti con il mondo delle rinnovabili, promuovendo sussidi e regolamentazioni favorevoli al settore [8].

Rapporti che si sono intensificati dopo la “conversione” ambientalista sancita dal suo documentario “Una scomoda verità” del 2006. Attraverso la società di investimenti Generation Investment Management, co-fondata con l’ex CEO di Goldman Sachs David Blood, Gore ha investito centinaia di milioni in aziende “verdi”, spesso beneficiarie delle politiche da lui caldeggiata [8]. Un caso di revolving door tra politica e affari non proprio cristallino.
Ancor più opachi i legami di Gore con il WEF di Davos, vero centro di irradiazione dell’agenda climatica in salsa “Great Reset”. O con il network della filantropia liberal USA, da Rockefeller a Soros, che dell’emergenza green ha fatto una potente leva di pressione globale [9].
L’Europa nella morsa della svolta green: deindustrializzazione e declino
Pressioni che si fanno sentire anche in Europa, come dimostrano le politiche sempre più draconiane imposte da Bruxelles su energia e emissioni. Il Green Deal europeo, presentato dalla Commissione nel 2019, mira a raggiungere la neutralità climatica dell’UE entro il 2050, attraverso una serie di misure che vanno dalla decarbonizzazione del sistema energetico alla promozione dell’economia circolare [10].

Il peso economico del Green Deal europeo
Ma a quale prezzo? Secondo stime della stessa Commissione, il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal richiederà investimenti per 260 miliardi di euro l’anno fino al 2030 [13]. Una cifra colossale, che rischia di tradursi in un aumento dei costi energetici e produttivi per imprese e famiglie, in un contesto già segnato da inflazione e recessione.
Particolarmente controverso il sistema di scambio di quote di emissione ETS, che impone alle aziende di acquistare “permessi ad inquinare” sul mercato. Un meccanismo che, secondo molti osservatori, finisce per favorire le grandi corporation e la speculazione finanziaria, a scapito delle piccole imprese e dei settori industriali più esposti alla concorrenza internazionale [14].
Ancor più ambiziosi e onerosi i target del piano “Fit for 55“, che prevede di ridurre le emissioni nette dell’UE del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Per raggiungerli, Bruxelles punta su un mix di tasse (come la carbon tax alle frontiere), regolamentazioni (come lo stop ai motori endotermici dal 2035) e incentivi (come i sussidi alle rinnovabili) che rischiano di appesantire ulteriormente il fardello su economia e contribuenti [10].
Misure draconiane che, sommate alle sanzioni contro Mosca, stanno già provocando una pericolosa deindustrializzazione del continente. Interi comparti, dall’acciaio all’automotive, minacciano delocalizzazioni o chiusure, con pesanti ricadute occupazionali e sociali [15]. E mentre l’Europa perde competitività, competitor come Cina o USA ne approfittano per accaparrarsi quote di mercato.
L’impatto occupazionale della “transizione giusta”
Ma a preoccupare è soprattutto l’impatto occupazionale di questa transizione forzata. Secondo uno studio della Commissione stessa, il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030 metterebbe a rischio fino a 11 milioni di posti di lavoro nei settori ad alta intensità di carbonio [20]. Un’emorragia occupazionale che colpirebbe soprattutto regioni già in difficoltà, come la Slesia polacca o la Ruhr tedesca, altamente dipendenti da carbone e industria pesante.
Certo, Bruxelles promette che questi posti verranno sostituiti da “lavori verdi” nei settori delle rinnovabili, dell’efficienza energetica, dell’economia circolare. Ma la realtà è ben diversa: secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, finora per ogni posto creato nella green economy ne sono stati persi 3-4 nei settori tradizionali [21]. Senza contare la precarietà e la bassa qualità di molti di questi nuovi impieghi, spesso contingenti e poco qualificati.
Insomma, lungi dal promuovere una “transizione giusta”, il Green Deal rischia di esacerbare le diseguaglianze sociali e territoriali nell’UE. Con il paradosso che a farne le spese saranno proprio quei lavoratori e quelle comunità più vulnerabili che si vorrebbe tutelare.
Ma quali sono i settori più colpiti da questa svolta green forzata? In primo luogo, le industrie ad alta intensità energetica, come acciaio, chimica, cemento, carta e vetro. Secondo uno studio di Confindustria, il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal comporterebbe per questi comparti costi diretti fino a 40 miliardi di euro l’anno, tra investimenti in tecnologie low-carbon e acquisto di quote ETS [16]. Costi che, in assenza di adeguate misure di compensazione, rischiano di compromettere la competitività e la sopravvivenza stessa di molte imprese.
Ma nel mirino di Bruxelles c’è soprattutto il settore automotive, colonna portante dell’industria e dell’occupazione europea. Lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035, confermato dal Parlamento UE, rappresenta una sfida esistenziale per una filiera che impiega direttamente 2,6 milioni di persone [17]. Una riconversione troppo rapida verso l’elettrico, senza alternative tecnologiche come biocarburanti o idrogeno, rischia di favorire i costruttori cinesi, leader nelle batterie, a scapito di quelli europei.

E mentre interi distretti produttivi rischiano il collasso, a beneficiare del Green Deal sembrano essere soprattutto le grandi corporation “verdi” e la finanza ESG. Colossi come Iberdrola o Ørsted, protagonisti delle rinnovabili, vedono schizzare i propri profitti grazie a sussidi e priorità di dispacciamento garantiti dalle normative UE [18]. Mentre i grandi fondi di investimento, da BlackRock a Vanguard, fanno incetta di “bond verdi” e partecipazioni in aziende “sostenibili”, spesso a prezzi gonfiati dalla bolla speculativa green [19].
Insomma, viene da chiedersi “cui prodest” questa forzatura verde dell’economia europea. Di certo, non ai lavoratori dell’automotive o dell’acciaio che rischiano il posto. Non alle PMI schiacchiate dai costi energetici e burocratici. Non ai consumatori, chiamati a finanziare la transizione con bollette e imposte salate. A trarne vantaggio sembrano essere piuttosto ristrette élite finanziarie e industriali, spesso extra-UE, ben posizionate per sfruttare la svolta green. Con la complicità, consapevole o meno, di un’euroburocrazia sempre più distante dai bisogni dei cittadini.
I conflitti d’interesse nella finanza “verde”
A beneficiare della svolta green promossa dall’UE, più che i cittadini europei, sembrano essere soprattutto le grandi corporation “verdi” e la finanza ESG (Environmental, Social, Governance). Un settore, quest’ultimo, in impetuosa crescita ma non privo di ombre e contraddizioni.
Emblematico il caso di BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo con oltre 10mila miliardi di dollari in gestione. Sotto la guida del CEO Larry Fink, il fondo americano è diventato uno dei principali promotori degli investimenti “sostenibili”, arrivando a detenere partecipazioni in aziende “verdi” per centinaia di miliardi [19].

Ma dietro la facciata dell’attivismo climatico, si celano intrecci poco trasparenti. BlackRock è uno dei maggiori azionisti delle Big Oil, da ExxonMobil a Chevron, e continua a investire in settori altamente inquinanti come carbone e sabbie bituminose [22]. Allo stesso tempo, è strettamente legata alle istituzioni UE: l’ex vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis è un ex dipendente di BlackRock, mentre la società svolge un ruolo di “consulenza” per la BCE sugli acquisti di bond societari [23].
Un groviglio di interessi finanziari e politici che solleva più di un dubbio sulla reale eticità della finanza ESG. Tanto più che molti dei criteri di “sostenibilità” utilizzati per classificare gli investimenti si prestano a facili manipolazioni e pratiche di greenwashing. Con il rischio di gonfiare una bolla speculativa “verde” che potrebbe travolgere risparmiatori e contribuenti.
Insomma, dietro la retorica della “transizione giusta” si intravede il pericolo di una colossale operazione di redistribuzione della ricchezza, dai settori produttivi tradizionali a ristrette élite finanziarie globali. Con la complicità, consapevole o meno, di un’euroburocrazia sempre più distante dai bisogni dei cittadini.
Conclusioni: per un approccio realista e razionale alla sfida ambientale
Sia chiaro: negare o sottovalutare il cambiamento climatico sarebbe un errore. Ma lo è altrettanto affidarsi ciecamente a letture catastrofiste che spesso mascherano agende tutt’altro che disinteressate. Servono politiche ambientali serie, basate su evidenze scientifiche solide e attente alla sostenibilità economica e sociale.
La sfida è conciliare la salvaguardia del pianeta con le esigenze di sviluppo e benessere di una popolazione mondiale in crescita. Obiettivo impossibile senza il contributo di scienza e tecnologia, troppo spesso dipinte come nemiche dell’ambiente. E senza un dibattito davvero aperto, libero da condizionamenti ideologici.
Alla scienza va restituito il coraggio di dubitare, alla politica di decidere per il bene comune resistendo a integralismi “verdi” di facciata, ai cittadini il diritto/dovere di pretendere scelte razionali e condivise. Solo così potremo affrontare con realismo la questione ambientale, difendendo la ragione contro ogni catastrofismo strumentale.
E nel farlo, sarà bene tenere a mente le parole del compianto Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina” [12]. Parole che suonano quanto mai attuali di fronte agli intrecci di interessi, alle pressioni lobbistiche e alle agende di potere che sembrano celarsi dietro la retorica dell’emergenza climatica. Senza cedere a complottismi, ma con lo sguardo lucido di chi sa cogliere le dinamiche dietro la facciata.

Perché la vera sfida ambientale si vince con la ragione, non con la paura. Con la scienza, non con l’ideologia. Con la trasparenza, non con l’opacità. È un impegno che richiede realismo, equilibrio e senso di responsabilità. Ma soprattutto richiede di liberare il dibattito sul clima da ogni condizionamento improprio, restituendolo alla libera discussione di tutti i cittadini. Solo così potremo costruire un futuro sostenibile per noi e per le generazioni a venire.
Bibliografia:
1. Bjorn Lomborg, “False Alarm: How Climate Change Panic Costs Us Trillions, Hurts the Poor, and Fails to Fix the Planet”, Basic Books, 2020
In questo libro, l’ambientalista “scettico” Bjorn Lomborg sostiene che l’allarmismo climatico porti a politiche inefficaci e dannose, soprattutto per i più poveri, invocando un approccio più pragmatico e basato su costi-benefici.
2. Michael Shellenberger, “Apocalypse Never: Why Environmental Alarmism Hurts Us All”, Harper, 2020
L’autore, un ambientalista pentito, denuncia gli eccessi dell’allarmismo ambientalista, mostrando come spesso nasconda interessi ideologici ed economici che poco hanno a che fare con la salvaguardia del pianeta.
3. Walter Sullivan, “Scientists Ask Why World Climate Is Changing; Major Cooling May Be Ahead”, New York Times, 21 maggio 1975
Questo articolo del New York Times è emblematico delle previsioni catastrofiste di una nuova era glaciale che dominavano la stampa negli anni ’70, poi rivelatesi infondate.
4. Peter Gwynne, “The Cooling World”, Newsweek, 28 aprile 1975
Anche questo pezzo di Newsweek paventava un raffreddamento globale imminente, mostrando come i media abbiano spesso cavalcato allarmismi climatici poi smentiti dai fatti.
5. Myron Ebell, Steven J. Milloy, “Wrong Again: 50 Years of Failed Eco-pocalyptic Predictions”, Competitive Enterprise Institute, 18 settembre 2019
L’articolo passa in rassegna mezzo secolo di previsioni catastrofiste poi rivelatesi sbagliate, dal collasso della produzione alimentare all’esaurimento del petrolio, invitando a diffidare dei profeti di sventura ambientalisti.
6. Klaus Schwab, Thierry Malleret, “COVID-19: The Great Reset”, World Economic Forum, 2020
In questo controverso libro, i vertici del World Economic Forum delineano la loro visione di un “Grande Reset” dell’economia e della società globali all’insegna della sostenibilità, ma anche di un maggiore dirigismo.
7. Marc Morano, “The Great Reset: Global Elites and the Permanent Lockdown”, Regnery Publishing, 2022
Morano, noto commentatore “scettico”, vede nel Great Reset invocato dal WEF un tentativo delle élite globali di imporre un nuovo ordine mondiale illiberale e centralizzato, usando l’emergenza climatica come grimaldello.
8. Peter Schweizer, “Throw Them All Out: How Politicians and Their Friends Get Rich Off Insider Stock Tips, Land Deals, and Cronyism That Would Send the Rest of Us to Prison”, Houghton Mifflin Harcourt, 2011
Il libro indaga i legami tra politica e affari negli USA, dedicando un capitolo agli investimenti “verdi” di Al Gore e ai loro intrecci con le politiche da lui promosse.
9. Rupert Darwall, “Green Tyranny: Exposing the Totalitarian Roots of the Climate Industrial Complex”, Encounter Books, 2017
Darwall esplora le origini ideologiche dell’ambientalismo radicale, tracciando connessioni con il totalitarismo del XX secolo e denunciando le spinte liberticida del “complesso industriale del clima”.
10. “EU Climate Policy Explained”, European Commission, 2021
Documento ufficiale della Commissione Europea che illustra le politiche climatiche dell’UE, dai target di riduzione delle emissioni al sistema di scambio di quote ETS, fino al piano “Fit for 55”.
11. “The Impact of Sanctions against Russia on the EU Economy”, European Parliamentary Research Service, luglio 2022
Rapporto del servizio di ricerca del Parlamento Europeo che analizza le ricadute economiche delle sanzioni alla Russia sull’economia dell’UE, evidenziando i settori più colpiti e i rischi di una recessione.
12. Giulio Andreotti, “Onorevole, lei ha ragione: Autobiografia in forma di dialogo”, Rizzoli, 1993
Nelle sue memorie, il celebre statista italiano Giulio Andreotti conia il famoso aforisma “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”, invitando a guardare con occhio disincantato ai retroscena del potere.
13. “The European Green Deal Investment Plan and Just Transition Mechanism explained”, European Commission, 14 gennaio 2020
Scheda informativa della Commissione Europea che illustra il piano di investimenti del Green Deal e il meccanismo per una “transizione giusta”, quantificando in 260 miliardi annui fino al 2030 le risorse necessarie.
14. Veronika Grimm et al., “The Impact of the European Emissions Trading System on Competitiveness and Carbon Leakage”, ifo Institute, 2021
Rapporto dell’istituto di ricerca economica ifo che analizza l’impatto del sistema ETS sulla competitività delle imprese europee e sul rischio di “carbon leakage”, cioè delocalizzazione delle emissioni.
15. “Re-Industrialise Europe for more resilience and strategic autonomy”, European Trade Union Confederation, 9 marzo 2023
Documento della Confederazione dei sindacati europei che lancia l’allarme sul rischio di deindustrializzazione dell’Europa, accelerato dalle politiche climatiche e commerciali dell’UE, invocando una strategia di “reindustrializzazione” per salvaguardare occupazione e autonomia strategica.
16. “Il prezzo del Green Deal europeo”, Centro Studi Confindustria, 2021
Rapporto del Centro Studi di Confindustria che stima i costi del Green Deal per i settori industriali energivori in Italia, evidenziando rischi per competitività e occupazione in assenza di adeguati strumenti di compensazione.
17. “ACEA Pocket Guide 2022-2023”, European Automobile Manufacturers’ Association, 2022
Dati dell’associazione dei costruttori europei di autoveicoli sul peso economico e occupazionale del settore automotive nell’UE, e sui rischi legati a una transizione troppo rapida verso l’elettrico.
18. “The EU’s carbon market: a boon for renewables companies, but industrial emitters want more support”, Euractiv, 2 marzo 2023
Articolo del portale Euractiv sui profitti record delle aziende delle rinnovabili grazie al sistema ETS e alle politiche UE, e sulle richieste di maggiori compensazioni da parte dei settori industriali esposti alla concorrenza extra-UE.
19. “The Questionable Ethics of Green Investing”, RealClear Markets, 9 febbraio 2023
Editoriale che mette in luce i potenziali conflitti d’interesse e le pratiche di greenwashing nel mondo della finanza ESG, con particolare riferimento al ruolo dei grandi asset manager come BlackRock nella promozione di investimenti “verdi”.
20. “Employment and Social Developments in Europe 2022”, European Commission, 2022
Rapporto della Commissione Europea sull’impatto sociale della transizione verde, con stime sui posti di lavoro a rischio nei settori ad alta intensità di carbonio e sulle opportunità di creazione di “lavori verdi”.
21. “Who benefits from the green economy?”, European Environment Agency, 11 gennaio 2023
Articolo dell’Agenzia europea per l’ambiente che analizza i winner e i loser della transizione verde in termini di occupazione e diseguaglianze, evidenziando il saldo negativo tra posti creati e persi.
22. “BlackRock’s Big Problem”, The New Republic, 27 gennaio 2023
Inchiesta sulla “doppia anima” di BlackRock, tra attivismo climatico e investimenti nei combustibili fossili, e sui potenziali conflitti d’interesse nel suo ruolo di “regolatore ombra” dei mercati finanziari.
23. “BlackRock, la finanza ‘green’ e il governo Draghi”, Domani, 15 febbraio 2023
Articolo del quotidiano italiano Domani sui legami tra BlackRock e le istituzioni europee, in particolare sulla “revolving door” tra la Commissione e il fondo USA e sul ruolo di consulenza svolto per la BCE.
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