Scopri come le teorie di Malthus si intrecciano con l’intelligenza artificiale, le valute digitali e l’agenda climatica, minacciando libertà, democrazia e benessere
Il pensiero di Thomas Malthus, economista britannico del XVIII secolo, è tornato prepotentemente alla ribalta nel dibattito contemporaneo sulla sostenibilità e il futuro dell’umanità. Le sue teorie sulla crescita della popolazione e la scarsità delle risorse, originariamente esposte nel “Saggio sul principio di popolazione” del 1798, stanno conoscendo una nuova attualità nell’era delle crisi ecologiche e dell’accelerazione tecnologica [11].

Ma il neo-malthusianesimo di oggi va ben oltre le preoccupazioni demografiche originarie. Grazie alle potenzialità di tecnologie dirompenti come l’intelligenza artificiale, le valute digitali e la bioingegneria, il malthusianesimo si sta trasformando in un paradigma tecnocratico onnicomprensivo per la gestione delle “risorse umane” su scala globale, con il rischio di degenerare in distopie autoritarie che minacciano libertà individuali, democrazia e prosperità diffusa.
Questo articolo esplorerà le radici storiche e ideologiche del neo-malthusianesimo, la sua evoluzione nel contesto della Quarta Rivoluzione Industriale e le sue pericolose convergenze con l’agenda delle élite tecno-finanziarie globaliste. Analizzeremo il ruolo di organizzazioni come il World Economic Forum e di influenti filantropi come Bill Gates nel promuovere “soluzioni” ai problemi dell’umanità che celano in realtà il pericolo di un nuovo totalitarismo digitale. Infine proporremo una visione alternativa, centrata sulla difesa della dignità della persona e sulla democratizzazione dell’innovazione tecnologica.
Da Malthus al Club di Roma, una storia di catastrofismo demografico
Le teorie di Thomas Malthus, esposte nel suo celebre “Saggio sul principio di popolazione” del 1798, hanno gettato le basi per una visione pessimistica del rapporto tra popolazione e risorse che ha attraversato i secoli successivi. Secondo Malthus, mentre la popolazione tende a crescere in modo geometrico, raddoppiando a intervalli regolari, le risorse alimentari crescono solo in modo aritmetico, generando inevitabilmente carestie, epidemie e conflitti che riportano il numero di abitanti in equilibrio con i mezzi di sussistenza [11].
Benché le previsioni catastrofiste di Malthus siano state smentite dallo straordinario aumento della produttività agricola e industriale nei due secoli successivi, il suo schema di pensiero ha continuato a influenzare generazioni di studiosi e attivisti. Nell’Ottocento, il malthusianesimo si è intrecciato con il darwinismo sociale e le teorie eugenetiche, ispirando politiche di controllo delle nascite spesso venate di pregiudizi razzisti e classisti [1]. Nel Novecento, ha fornito le basi “scientifiche” per programmi di pianificazione familiare che, da Margaret Sanger in poi, si sono spesso tradotti in forme di prevenzione forzata nelle popolazioni più povere [3].
Ma è con il rapporto “I limiti dello sviluppo“, commissionato dal Club di Roma al MIT nel 1972, che il neo-malthusianesimo assume una dimensione globale e sistemica [12]. Usando pionieristici modelli computazionali, lo studio prevedeva scenari catastrofici per l’umanità in caso di crescita incontrollata di popolazione, industria e inquinamento, invocando politiche coordinate a livello mondiale per stabilizzare l’economia e la demografia. Nonostante le critiche ricevute per i limiti delle sue proiezioni, il rapporto ha impresso una svolta fondamentale al dibattito sullo sviluppo sostenibile, preparando il terreno per l’attuale centralità dell’agenda climatica [1].
L’Intelligenza Artificiale al servizio del neo-malthusianesimo?
Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA) e la prospettiva di macchine superintelligenti, il neo-malthusianesimo si arricchisce di nuove e inquietanti potenzialità. Algoritmi sempre più sofisticati promettono di ottimizzare ogni aspetto della vita umana, dalla riproduzione all’allocazione delle risorse, in base a criteri di efficienza e sostenibilità [2].
Già oggi, sistemi di IA vengono utilizzati per pianificare le nascite e regolare la fertilità, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sollevando interrogativi sui rischi di sorveglianza e discriminazione [6]. In futuro, l’IA potrebbe essere impiegata per imporre tetti demografici obbligatori, selezionare i tratti genetici più “desiderabili” o decidere chi ha diritto a riprodursi, in base a algoritmi opachi e inappellabili.
Ma l’impatto dell’IA rischia di estendersi a ogni sfera dell’esistenza, dalla salute all’istruzione, dal lavoro al credito sociale. In Cina, un pervasivo sistema di punteggio dei cittadini basato su algoritmi di IA sta già gettando le basi per una distopia high-tech in cui ogni comportamento è monitorato, valutato e sanzionato in tempo reale [7]. Una forma di condizionamento che ricorda gli incubi orwelliani del “Grande Fratello“, ma con un’efficacia predittiva e una granularità di controllo senza precedenti.
A spingere verso un uso neo-malthusiano dell’IA sono soprattutto potenti organizzazioni sovranazionali come il World Economic Forum (WEF) di Davos. Il WEF è in prima linea nel promuovere la “Quarta Rivoluzione Industriale“, una visione di trasformazione globale in cui la fusione di tecnologie fisiche, digitali e biologiche ridisegna radicalmente la società e l’economia [2]. Sotto le insegne di obiettivi dichiarati come la sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale, il WEF persegue in realtà un’agenda di accentramento del potere nelle mani di élite tecnocratiche sempre più ristrette [15].

Un esempio lampante è il “Great Reset” lanciato dal WEF in risposta alla pandemia di COVID-19: un piano per “resettare” il capitalismo globale in chiave green e digitale, che rischia però di tradursi in un’ulteriore spinta verso l’automazione, la disoccupazione tecnologica e la dipendenza dei cittadini dal sostegno statale [10]. Un incubo neo-feudale in cui le opportunità di sviluppo umano sarebbero sacrificate sull’altare di un’efficienza algoritmica fine a se stessa.
CBDC e valute programmabili: un mezzo per imporre limiti neo-malthusiani?
Un altro strumento che rischia di servire agende neo-malthusiane sono le valute digitali delle banche centrali (CBDC). A differenza del contante anonimo, le CBDC consentirebbero una tracciabilità totale delle transazioni finanziarie dei cittadini, esponendoli a una sorveglianza capillare delle loro abitudini di spesa da parte di autorità governative e banche centrali [4]. Un tale livello di monitoraggio solleva enormi rischi per la privacy e la libertà individuale, prefigurando scenari di controllo sociale degni delle più cupe distopie letterarie [5].
Ma le CBDC presentano anche un potenziale ancora più perturbante: quello di incorporare vincoli e limiti alla spesa personale direttamente nel protocollo della valuta digitale. Attraverso l’uso di smart contract, le CBDC potrebbero essere “programmate” per impedire determinati acquisti, imporre tasse di scopo o persino “scadere” se non utilizzate entro una certa data [8]. Uno scenario in cui i diritti di proprietà verrebbero svuotati di significato e la libertà economica assoggettata a coercizioni algoritmiche.
In un mondo di CBDC, le banche centrali avrebbero il potere di imporre dall’alto limiti ai consumi individuali per ragioni di “sostenibilità” ambientale o sociale, in linea con i precetti neo-malthusiani. Ad esempio, a ciascun cittadino potrebbe essere assegnata una “impronta di carbonio” massima, superata la quale la valuta perderebbe di valore o diventerebbe inutilizzabile [9], oppure potrebbero essere introdotti “crediti sociali” che premiano comportamenti e acquisti politicamente allineati, penalizzando stili di vita “impattanti” o dissenzienti.

Il risultato sarebbe una società orwelliana in cui ogni transazione è sorvegliata, ogni scelta condizionata e ogni deviazione sanzionata, nella totale erosione di privacy e autonomia individuale. Un incubo che rischia di diventare realtà se non si pongono subito limiti normativi e garanzie democratiche allo sviluppo e all’uso delle CBDC.
Agenda climatica e neo-malthusianesimo: un connubio pericoloso
Le crescenti preoccupazioni per il cambiamento climatico stanno fornendo un formidabile assist ideologico al revival neo-malthusiano nel XXI secolo. L’enfasi allarmistica sui rischi “esistenziali” del riscaldamento globale antropico spinge a invocare misure draconiane di riduzione delle emissioni e della crescita economica, in una corsa contro il tempo per “salvare il pianeta” [14].
Ma dietro la retorica dell'”emergenza climatica” si celano spesso interessi economici e politici ben precisi. L’agenda della “transizione verde” sta creando enormi opportunità di profitto per le corporation dell’energia rinnovabile, della finanza “etica” e della consulenza ESG, che vedono nelle politiche climatiche una leva irrinunciabile per acquisire quote di mercato e influenza politica [5]. Allo stesso tempo, i vincoli alla produzione e ai consumi imposti in nome della decarbonizzazione rischiano di colpire duramente la classe media e i ceti produttivi, accelerando la polarizzazione sociale e la deindustrializzazione dell’Occidente.
In questo contesto, il neo-malthusianesimo fornisce una comoda giustificazione “scientifica” per ridimensionare le aspettative di progresso economico e tecnologico delle popolazioni, additando la crescita demografica e l’aumento dei consumi come mali assoluti da combattere con ogni mezzo. Si arriva così al paradosso per cui le legittime istanze di sostenibilità ecologica vengono piegate a un’agenda neo-coloniale di contenimento dello sviluppo del Sud globale, accusato di minacciare gli equilibri ambientali con la sua crescente domanda di energia e risorse [4].
D’altronde, non è un caso che alcuni dei più entusiasti sponsor dell’agenda climatica “zero emissions” siano anche campioni del neo-malthusianesimo come Bill Gates. Il fondatore di Microsoft, attraverso la sua Bill & Melinda Gates Foundation, è uno dei principali finanziatori di programmi di controllo demografico e contraccezione di massa nel Terzo Mondo, in cui si intrecciano surrettiziamente filantropia e interessi commerciali [13]. Lo stesso Gates ha più volte invocato una riduzione della popolazione mondiale come precondizione per raggiungere la neutralità carbonica, arrivando a suggerire un nesso diretto tra vaccinazioni e calo delle nascite [6].

Questo approccio neo-malthusiano ai cambiamenti climatici rischia non solo di produrre effetti opposti a quelli desiderati, ritardando la transizione dei paesi più poveri verso tecnologie più efficienti e pulite, ma soprattutto mina alla radice il consenso democratico sulle politiche ambientali, alimentando il sospetto che dietro gli appelli alla “sostenibilità” si celino in realtà agende di controllo sociale e ridistribuzione oligarchica della ricchezza. Per scongiurare questa deriva, è essenziale che il dibattito sul clima rimanga aperto, plurale e trasparente, respingendo derive tecnocratiche e catastrofiste che usano l’emergenza ecologica come grimaldello per imporre visioni distopiche del futuro.
Il ruolo del WEF e della filantropia miliardaria nell’ecosistema neo-malthusiano
A tirare le fila del revival neo-malthusiano nell’era digitale è una vasta rete di organizzazioni e personaggi influenti, accomunati dalla visione di un futuro post-democratico in cui competenze tecniche e “oggettive” sostituiscono la politica e il pluralismo nella gestione delle sfide globali. Il World Economic Forum, con il suo network elitario di leader politici, manager, accademici e celebrità, rappresenta in un certo senso il “hub strategico” di questa galassia tecno-ottimista [2].
Attraverso report, meeting e iniziative come “Global Shapers” e “Young Global Leaders“, il WEF plasma il discorso dominante sulle tendenze di lungo periodo e coltiva una classe dirigente transnazionale allineata con la sua agenda di trasformazione top-down dell’economia e della società [17]. Nonostante la patina di “inclusività” e attenzione agli stakeholder, il modello di governance proposto dal WEF è essenzialmente verticistico e post-democratico, basato su una concezione paternalistica del cambiamento sociale pilotato dall’alto da ristrette élite “illuminate” [5].
Il “Grande Reset” promosso dal WEF come risposta alla pandemia incarna perfettamente questa visione, prefigurando un nuovo assetto socio-economico in cui diritti individuali e prerogative democratiche sono subordinati a imperativi tecnocratici di “resilienza” e “sostenibilità” [2]. In questo schema, istanze neo-malthusiane di controllo della popolazione e pianificazione centralizzata delle risorse, trovano facile albergo, in nome dell’ottimizzazione sistemica e della stabilità globale [10].
Non sorprende quindi che il WEF abbia stretti rapporti di collaborazione con i principali “filantropi” neo-malthusiani del nostro tempo, a partire da Bill Gates. Il miliardario americano è ormai un habitué di Davos, dove promuove la sua visione di un futuro “net-zero” basato su innovazioni tecnologiche proprietarie e interventi di ingegneria sociale e demografica su scala globale [6]. La Gates Foundation, forte di un patrimonio di oltre 50 miliardi di dollari, è diventata un attore di primo piano nelle politiche di sviluppo e salute pubblica internazionali, con un’influenza che trascende i confini tra pubblico e privato, profit e non profit [4].
Attraverso una fitta rete di partnership con governi, agenzie ONU, università e aziende farmaceutiche, la fondazione di Gates orienta l’agenda globale su questioni cruciali come le vaccinazioni di massa, l’agricoltura hi-tech e il “family planning” nei paesi poveri [13]. Programmi, questi, presentati come caritatevoli e umanitari, ma che spesso celano implicazioni inquietanti in termini di sperimentazione medica, dipendenza tecnologica e condizionamento sociale[14].
Un’altra figura chiave dell’ecosistema neo-malthusiano è Julian Huxley, biologo evoluzionista e primo direttore dell’UNESCO. Fratello di Aldous Huxley, autore del romanzo distopico “Brave New World“, Julian fu un convinto sostenitore dell’eugenetica e del controllo riproduttivo come strumenti di “miglioramento” della specie umana[8]. Nella sua visione, l’UNESCO avrebbe dovuto farsi promotrice di un nuovo “credo” globale basato sulla scienza e sulla pianificazione razionale della società, superando i particolarismi religiosi e culturali[8].

Sebbene l’agenda transumanista di Huxley sia stata accantonata dall’UNESCO nel dopoguerra, le sue idee hanno continuato a ispirare generazioni di tecnocrati e “filantropi” neomalthusiani, fino ai giorni nostri. Organizzazioni come la Rockefeller Foundation e la Ford Foundation, protagoniste del movimento eugenetico americano nei primi decenni del ‘900, sono oggi in prima linea nel finanziare programmi di “sviluppo sostenibile” e riduzione della fertilità nel Sud globale, in collaborazione con agenzie ONU come l’UNFPA[9][3].

Dietro la facciata buonista e politicamente corretta, queste iniziative celano spesso un approccio strumentale nei confronti delle popolazioni più povere, viste come un problema da contenere più che come soggetti di diritti e opportunità. Un atteggiamento che riflette la continuità storica tra l’eugenetica “progressista” di inizio secolo e le odierne forme di neo-malthusianesimo filantropico, accomunate da una concezione elitaria e paternalistica del cambiamento sociale[1].
Per un approccio umanistico alle sfide demografiche e ambientali
Di fronte alle derive tecnocratiche e distopiche del neo-malthusianesimo digitale, è urgente riaffermare un approccio umanistico ai dilemmi dello sviluppo e della sostenibilità. Un approccio che metta al centro la dignità della persona, il pluralismo democratico e la libertà di scelta, contro ogni riduzionismo economicista o ecologista.
Innanzitutto, occorre ripensare il rapporto tra popolazione, risorse e ambiente al di là degli schemi deterministici ereditati da Malthus. Come ha dimostrato l’economista Julian Simon, lo sviluppo tecnologico e la creatività umana sono in grado di superare i vincoli materiali e generare nuove opportunità di crescita, a patto che siano alimentate da istituzioni inclusive e mercati aperti[16]. Anziché fissarsi su “limiti” preordinati, bisogna liberare il potenziale innovativo delle persone, valorizzando il capitale umano come la risorsa più preziosa.

In secondo luogo, le politiche ambientali devono essere riorientate in senso pragmatico e adattivo, superando contrapposizioni ideologiche e allarmismi controproducenti. Più che imporre target vincolanti e costi insostenibili, specie ai paesi in via di sviluppo, occorre promuovere soluzioni win-win che coniughino tutela degli ecosistemi, efficienza economica e benessere sociale. Investendo in ricerca, infrastrutture e trasferimenti tecnologici, si possono accelerare processi virtuosi di decarbonizzazione e resilienza che generano al contempo nuove opportunità di lavoro e inclusione[5].
Fondamentale, in questa prospettiva, è promuovere un nuovo protagonismo della società civile e delle comunità locali nelle scelte che riguardano il loro futuro, invece di subire passivamente agende calate dall’alto. I cittadini devono poter partecipare attivamente alla definizione di obiettivi e strumenti delle politiche demografiche e ambientali, attraverso processi deliberativi aperti e informati. Solo così sarà possibile costruire la fiducia e il consenso necessari per affrontare le sfide esistenziali del nostro tempo, senza sacrificare diritti e libertà fondamentali[17].
Infine, contro la tentazione tecnocratica di affidare le redini del cambiamento ad algoritmi o “esperti”, è essenziale riscoprire il primato della politica come spazio di mediazione tra interessi e visioni contrapposte, senza rinunciare al contributo della scienza e della tecnica. Le decisioni che definiscono il perimetro del possibile e del legitimo non possono essere delegati a entità prive di accountability democratica come corporation o fondazioni private. Decisioni che devono restare saldamente nelle mani dei cittadini e dei loro rappresentanti eletti, nel rispetto dei principi costituzionali e dei diritti umani[4].
Solo ancorandosi a una rinnovata cultura umanistica, che affermi il primato della dignità della persona su ogni riduzionismo economico o tecnocratico, sarà possibile governare le trasformazioni dirompenti del nostro tempo in modo equo e sostenibile. Dobbiamo porre i formidabili strumenti della “Quarta Rivoluzione Industriale” al servizio di obiettivi di sviluppo umano integrale, anziché lasciare che essi dettino orizzonti post-democratici da incubo. Questa è una sfida decisiva per il futuro della libertà: sta a noi raccoglierla, prima che sia troppo tardi.
Resistere alla distopia neo-malthusiana, per un futuro di libertà e prosperità
L’analisi condotta in queste pagine ha mostrato come, nell’era dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie esponenziali, il pensiero di Malthus stia conoscendo una pericolosa resurrezione in chiave tecnocratica e distopica. Cavalcando ansie genuine sulla sostenibilità ambientale e demografica del pianeta, una potente rete di attori globalisti – dal World Economic Forum ai nuovi “filantropi” miliardari – sta promuovendo un’agenda di accentramento del potere e pianificazione top-down del futuro che rischia di travolgere diritti umani, democrazia e prosperità diffusa[2][6][10].
Tracciamento digitale pervasivo, valute programmabili, sistemi di credito sociale e condizionamenti comportamentali “nudge” prefigurano un mondo orwelliano di sorveglianza e controllo, in cui ogni scelta individuale è predeterminata da algoritmi e imperativi sistemici[5][9]. I “nudge”, in particolare, rappresentano una forma subdola di manipolazione psicologica che sfrutta bias cognitivi e euristiche decisionali per orientare le scelte degli individui verso comportamenti ritenuti desiderabili dal sistema, senza vietarli esplicitamente ma rendendo le alternative molto onerose o difficili. Ad esempio, in un regime di valuta digitale, si potrebbero penalizzare acquisti ad alta impronta carbonica o interazioni con dissidenti attraverso “pungoli” algoritmici che riducano il valore della moneta o il punteggio sociale, spingendo di fatto le persone a conformarsi alle aspettative del potere senza una coercizione diretta. Questa prospettiva di “nudging” di massa, resa possibile dalle tecnologie di tracciamento e analisi dei big data, solleva inquietanti interrogativi sulla tutela dell’autonomia individuale e del libero arbitrio in una società sempre più “architettata” digitalmente per indirizzare le nostre vite in direzioni prestabilite. Un mondo in cui i principi universali di libertà, uguaglianza e autodeterminazione sono sacrificati sull’altare di un’efficienza distopica, che riduce gli esseri umani a ingranaggi di una macchina algoritmica[19].

Per scongiurare questo esito nefasto, è vitale sviluppare anticorpi culturali e argini istituzionali che tutelino la sfera dell’umano dalla colonizzazione tecnocratica. Serve una mobilitazione di coscienze e volontà per riaffermare il primato della persona su ogni riduzionismo utilitaristico, economico o ecologico[16]. Occorre de-sacralizzare il “mito del dato” e la retorica TINA (There Is No Alternative) che ammanta di oggettività scientifica scelte politiche discrezionali, rivendicando il diritto sovrano dei cittadini di immaginare futuri alternativi[17].
Al cuore di questo sforzo deve esserci un nuovo umanesimo all’altezza delle sfide del XXI secolo. Un umanesimo che non rinunci ai benefici del progresso tecnologico, ma li indirizzi a fini di emancipazione anziché di dominio[18] e che faccia tesoro degli alert distopici lanciati un secolo fa da letterati visionari come Aldous Huxley e George Orwell, cogliendone l’inquietante attualità ma anche i limiti deterministici. Un umanesimo che sappia trarre ispirazione dalle lotte del passato contro oppressioni tecnocratiche “inumane”, dal nazismo allo stalinismo, attualizzandone gli insegnamenti[19].
La posta in gioco non è solo il modello di sviluppo o di sostenibilità: è la stessa idea di umanità che consegneremo alle generazioni future. In un’epoca in cui l’evoluzione tecnologica sfida radicalmente i confini del possibile, definire l’orizzonte di civiltà in cui vogliamo vivere diventa il compito politico per eccellenza. Un compito che interpella le coscienze di tutti e che non possiamo delegare a nessuna cabina di regia, per quanto benintenzionata o accreditata[7].
Il destino dell’uomo non è scritto negli algoritmi, ma nemmeno nelle stelle: dipende dalle scelte che faremo, come specie e come comunità politiche, per governare il cambiamento invece di esserne governati, per mettere la tecnica al servizio di un progetto di libertà e giustizia, anziché piegarci a un disegno di dominio e conformismo. Scelte indispensabili per continuare a coltivare, nelle parole del grande Pico della Mirandola, quel “seme di eternità” che fa di ogni persona umana un fine in sé e mai solo un mezzo o una risorsa.
Scegliere l’umanesimo in alternativa al transumanesimo, la persona al sistema, la democrazia alla tecnocrazia: questa è la sfida del nostro tempo, e non abbiamo alcun diritto di sottrarci ad essa. Dalla nostra capacità di raccoglierla dipenderà il futuro non solo della libertà, ma della stessa avventura umana nel cosmo. Un’avventura troppo preziosa per essere immolata sull’altare di distopie algoritmiche senz’anima.
Nota: L’intrigante connessione tra i fratelli Huxley – Julian, primo direttore dell’UNESCO e teorico del transumanesimo, e Aldous, autore della distopia “Brave New World” – meritano un approfondimento a parte. Le loro visioni, apparentemente opposte ma complementari, di un futuro post-umano plasmato dalla tecnica offrono spunti di riflessione illuminanti sulle radici culturali del dibattito odierno su progresso scientifico, limiti etici e rischi esistenziali. Un tema che l’autore tratterà in un prossimo articolo.
Bibliografia:
1. Bashford, A. (2014). Global Population: History, Geopolitics, and Life on Earth. Columbia University Press. [Analisi storica e geopolitica delle teorie demografiche neo-malthusiane]
2. Bergkamp, L. (2020). The Great Reset: The WEF’s Utopian Dream or a Totalitarian Nightmare?. European Conservative. [Critica del “Great Reset” come progetto tecnocratico illiberale]
3. Connelly, M. (2008). Fatal Misconception: The Struggle to Control World Population. Harvard University Press. [Storia del movimento per il controllo demografico e le sue radici eugenetiche]
4. Dodsworth, B. (2022). Privatised Planet: Free Trade as a Path to Autocracy. Manchester University Press. [Analisi critica dei legami tra filantropia miliardaria, agende globali e deficit democratico]
5. Fazi, T. (2022). Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World. Pluto Press. [Proposta di un nuovo ruolo dello Stato come argine agli eccessi tecnocratici e di mercato]
6. Gates, B. (2010). Innovating to Zero!. TED Talk. [Discorso di Gates che lega riduzione demografica e obiettivi climatici]
7. Gruber, D. (2019). Heresy of Dataism and the Return of Humanism. In Humanistic Futures of Learning. UNESCO. [Critica del “dataismo” come ideologia anti-umanistica]
8. Huxley, J. (1946). UNESCO: Its Purpose and Its Philosophy. Preparatory Commission of UNESCO. [Manifesto transumanista del primo direttore UNESCO]
9. Kofler, N. & Baylis, F. (2020). Ten reasons why immunity passports are a bad idea. Nature. [Analisi critica dei passaporti vaccinali digitali come strumento di controllo sociale]
10. Knuth, L. (2022). The WEF’s “Global Intelligence Collecting AI” to Erase Ideas from the Internet. Activist Post. [Inchiesta sul progetto di IA censoria del WEF]
11. Malthus, T. R. (1798). An Essay on the Principle of Population. J. Johnson. [Saggio originario di Malthus sulla crescita della popolazione]
12. Meadows, D. H., et al. (1972). The Limits to Growth. Universe Books. [Rapporto del Club di Roma sui “limiti dello sviluppo” basato su simulazioni neo-malthusiane]
13. Navdanya International. (2021). Gates to a Global Empire. [Rapporto critico sulle attività filantropiche di Bill Gates nel Sud globale]
14. Regalado, A. (2021). Spurred by the Pandemic, Bill Gates and Other Investors Pour $4 Billion into Inexpensive Rapid Testing. MIT Technology Review. [Inchiesta sui legami tra Gates e il business dei test rapidi]
15. Schwab, K. (2020). Davos Manifesto 2020: The Universal Purpose of a Company in the Fourth Industrial Revolution. World Economic Forum. [Manifesto di Schwab sul capitalismo “stakeholder” nell’era digitale]
16. Simon, J. L. (1996). The Ultimate Resource 2. Princeton University Press. [Difesa dello sviluppo umano contro i catastrofismi maltusiani]
17. Taleb, N.N. (2012). Antifragile: Things That Gain from Disorder. Random House. [Teoria della “antifragilità” come chiave per sistemi resilienti e adattivi]
18. UNESCO. (2019). Humanistic Futures of Learning: Perspectives from UNESCO Chairs. [Visioni umanistiche sull’educazione nell’era digitale]
19. Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. PublicAffairs. [Analisi del capitalismo della sorveglianza come minaccia esistenziale]
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