Approfondimenti

Otto paesi UE contro l’Italia sull’ETS: quando la “pietra angolare” del clima è anche una rendita di posizione

14 Marzo 2026

Brent a $100, gas raddoppiato, Hormuz chiuso. Otto paesi con rinnovabili già installate, aste miliardarie da incassare e trading finanziario da proteggere spiegano all’Italia perché la tassa carbonio è intoccabile.

Il 12 marzo 2026 il Brent chiude a $100,46 al barile. Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Il gas naturale europeo è raddoppiato. Wall Street perde 739 punti. E otto paesi europei trovano il tempo di firmare un documento contro l’Italia che chiede di sospendere la tassa carbonio.

Priorità europee, anno 2026.

Quella sequenza non è una coincidenza. È un identikit. Non per indignazione — l’indignazione è roba da principianti. Per capire il meccanismo. Perché quello che è successo in questi giorni tra Roma e Bruxelles non è una disputa sulla politica climatica. È la radiografia di come funziona l’Unione Europea quando si tratta di soldi veri.


📋 In questo articolo:

  1. Lo scenario: il mercato energetico brucia su tutti i fronti
  2. La risposta degli otto: solidarietà europea in azione
  3. Il meccanismo: tre livelli di vantaggio
  4. I dati di posizione: la realtà è più complessa, la tesi regge
  5. Isteresi industriale: quando una fabbrica chiude, non riapre
  6. Il vestito del principio: interesse nazionale con grammatica europea
  7. Il dazio che non si chiama dazio
  8. Il pattern che si ripete: la solidarietà selettiva
  9. L’arte della minoranza di blocco
  10. La domanda che nessuno fa
  11. La proposta che nessuno osa fare

Lo scenario: il mercato energetico brucia su tutti i fronti

Dal 28 febbraio 2026, USA e Israele sono in guerra aperta con l’Iran — Operation Epic Fury. Il nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei, nel suo primo discorso pubblico, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso. Non come minaccia. Come fatto operativo.

Quello Stretto è il collo di bottiglia attraverso cui transita oltre il 20% dei flussi petroliferi e di gas naturale mondiali. Chiuderlo non è un gesto simbolico — è tagliare un quinto dell’ossigeno all’economia globale. Il mercato non ha perso tempo: il Brent in due settimane è passato da meno di $70 a $100,46 di chiusura. Il WTI a $95,73 — con un rialzo settimanale del 35%, il più grande nella storia del contratto futures dal 1983.

Ma il petrolio non è nemmeno il problema principale. Ce n’è uno che i mercati di Londra non vedono ma le fabbriche di Brescia sentono ogni giorno: gas.

Il Qatar — che da solo rappresenta un quinto dell’offerta mondiale di LNG — ha fermato la produzione di gas naturale liquefatto sotto gli attacchi di droni iraniani. L’effetto è stato immediato e brutale: il prezzo del gas naturale al TTF — il riferimento europeo, basato sull’hub olandese — è esploso di oltre il 40% in un singolo pomeriggio. Nel giro di pochi giorni i prezzi del gas in Europa sono raddoppiati.

Questo è il dato che cambia tutto per l’industria italiana — e che nei comunicati europei non compare mai.

Perché l’acciaio non brucia petrolio. Brucia gas. Il vetro brucia gas. La ceramica, la carta, la chimica — bruciano gas. Tutta la spina dorsale manifatturiera dell’Italia settentrionale — il cuore industriale che genera la quota principale del PIL produttivo nazionale — funziona a metano. Con il gas europeo raddoppiato in una settimana e il petrolio sopra $100, il costo energetico di questi settori è saltato fuori da qualsiasi piano industriale scritto anche solo sei mesi fa.

E non è nemmeno la prima volta. Le imprese italiane pagano ancora il gas il 90,4% in più rispetto al 2019. Il TTF all’ingrosso era crollato del 90% dai picchi del 2022, ma le bollette non hanno seguito — perché dentro ci sono imposte, oneri di sistema, e soprattutto il costo delle quote CO₂ dell’ETS: circa 26-32 €/MWh che una centrale a gas scarica direttamente sul prezzo finale. Le fabbriche lo sapevano già.

E sopra tutto questo, l’ETS: un costo carbonio regolatorio incorporato nella produzione, che nei fatti funziona come una tassa implicita. Indipendente dal contesto geopolitico, indipendente dal prezzo del gas, indipendente dallo Stretto di Hormuz.

È in questo scenario — Hormuz chiuso, Brent a tre cifre, gas raddoppiato, Dow a minimi 2026 — che il governo italiano chiede la sospensione dell’ETS.

Non è ideologia. È aritmetica.


La risposta degli otto: solidarietà europea in azione

Otto paesi europei hanno risposto con un non-paper — documento informale, non vincolante, costruito per orientare l’agenda prima del vertice UE del 19-20 marzo. I firmatari: Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Lussemburgo.

Il documento è un capolavoro di tecnocrazia difensiva. L’ETS è definito «pietra angolare della politica climatica dell’UE». Sospenderlo sarebbe «un passo indietro molto preoccupante». Modificarlo in profondità «distorcerebbe le condizioni di concorrenza e penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione».

Rileggete l’ultima frase. Distorcerebbe la concorrenza. Come se la concorrenza, in un sistema che premia chi ha già decarbonizzato e penalizza chi produce, non fosse già distorta dall’ETS stesso. Accusano di distorsione chi chiede di rimuovere la distorsione. George Orwell ci ha scritto un romanzo — loro ci hanno scritto un non-paper.

Tutto giusto. Tutto vero. Tutto conveniente.

Perché guardate chi sono questi otto paesi — non come appaiono nel comunicato, ma come si posizionano rispetto al sistema ETS. Il meccanismo è più sofisticato di quanto sembri in superficie. Ma è esattamente quella sofisticazione che lo rende politicamente inattaccabile. Smontiamolo.


Il meccanismo: tre livelli di vantaggio

Per capire perché questi otto paesi difendono l’ETS con tale determinazione, bisogna smettere di pensare all’ETS come a una tassa. È un sistema che produce vantaggi asimmetrici travestito da tassa — su tre livelli distinti.

Primo livello — Le aste: il governo incassa sempre.

Nel sistema ETS, le quote vengono vendute tramite aste pubbliche. I proventi non vanno a Bruxelles: tornano quasi interamente nelle casse dei governi nazionali. Nel 2024 il sistema ha generato 38,8 miliardi di euro totali (fonte: Commissione UE), di cui 24,4 miliardi distribuiti direttamente agli Stati membri. Germania prima con 5,5 miliardi, poi Polonia, poi Spagna e Italia entrambe a 2,6 miliardi.

I restanti 14,4 miliardi? Alimentano fondi europei — Innovation Fund, Modernisation Fund, RepowerEU — che a loro volta finanziano chi è già avanti nella transizione. Il cerchio si chiude: il sistema genera i soldi per rafforzare chi lo difende.

Qui sta il primo paradosso: un paese può avere le sue industrie in deficit ETS — devono comprare quote sul mercato — e il suo governo incassare comunque miliardi dalle aste. Il deficit è privato, l’incasso è pubblico. Le aziende pagano, lo Stato incassa. E con quei soldi lo Stato finanzia la transizione energetica — che avvantaggia ulteriormente chi è già avanti nella decarbonizzazione.

Per l’Italia questo meccanismo funziona anche — ma il saldo è negativo. L’Italia incassa 2,6 miliardi dalle aste. Ma la sua industria manifatturiera pesante — acciaio, vetro, ceramica, chimica — deve comprare quote in deficit per importi strutturalmente superiori. Per la Spagna, con meno manifattura pesante e più rinnovabili, il saldo è molto più favorevole. Non è solidarietà — è contabilità.

Secondo livello — L’effetto marginalista: le rinnovabili guadagnano di più quando il prezzo ETS è alto.

Questo è il meccanismo più potente — e meno conosciuto. In Europa il prezzo dell’elettricità è fissato dall’ultima centrale chiamata a produrre per soddisfare la domanda: quasi sempre una centrale a gas. Quando il gas paga le quote ETS, il suo costo di produzione sale, e con esso il prezzo di mercato dell’elettricità per tutti.

Le centrali solari e eoliche — che non emettono CO₂ e non pagano quote ETS — vendono la loro elettricità a quel prezzo gonfiato dal carbonio, realizzando profitti molto più alti senza sostenere costi aggiuntivi. È la rendita del marginale: più il prezzo ETS è alto, più guadagnano le rinnovabili — non perché vendano quote, ma perché il mercato elettrico le premia automaticamente.

Spagna e Portogallo, con la loro straordinaria penetrazione di solare ed eolico, sono i beneficiari principali di questo meccanismo. Gli stessi che il 28 aprile 2025 hanno scoperto il rovescio della medaglia: il più grande blackout della penisola iberica nella storia recente, che ha mostrato quanto una rete ad alta penetrazione di rinnovabili diventi vulnerabile quando flessibilità, inerzia e capacità di backup non sono adeguate. Incassano la rendita del marginale — e pagano il conto dell’intermittenza. Ma questo è un problema loro. L’ETS alto, invece, è un problema di tutti.

Con il gas raddoppiato per la guerra e l’ETS sopra 60 euro a tonnellata, i loro produttori di energie rinnovabili stanno realizzando profitti record. Non è un effetto collaterale — è la matematica del mercato elettrico europeo.

Lo stesso principio vale per l’industria. Un produttore svedese di acciaio alimentato da energia idroelettrica ha un costo carbonio per tonnellata di prodotto che è frazioni di quello del concorrente italiano che dipende ancora da un mix con gas e carbone. L’ETS alto non lo penalizza — penalizza il concorrente, rendendo l’acciaio svedese relativamente più competitivo sui mercati internazionali.

Terzo livello — Il mercato finanziario: chi fa trading di EUA non vuole la sospensione.

Il mercato secondario delle quote ETS è diventato uno dei mercati finanziari più liquidi d’Europa — con volumi stimati in centinaia di miliardi in valore nozionale, derivati inclusi. Nel 2024, il 68% dei volumi è stato negoziato da operatori americani e britannici — non europei — e i primi dieci partecipanti hanno rappresentato circa il 90% degli acquisti in asta (fonte: ESMA). È un mercato dove la volatilità è il prodotto, non il rischio.

Lussemburgo — hub finanziario europeo per eccellenza, con industria manifatturiera praticamente nulla — è la sede di molti di questi operatori. Una sospensione dell’ETS ucciderebbe il mercato. Chi fa trading di EUA non vuole che la festa finisca. E chi ospita quei desk ha un interesse preciso: che l’Italia continui a pagare.


I dati di posizione: la realtà è più complessa, la tesi regge

I dati ufficiali dell’Agenzia Europea dell’Ambiente per il 2022-2023 mostrano che quasi tutti gli otto paesi firmatari presentano un deficit ETS — le loro industrie devono comprare più quote di quante ne ricevono gratuitamente. Solo la Svezia mantiene un surplus strutturale grazie all’idroelettrico e al nucleare.

Questo significa che la storia non è “loro vendono, noi compriamo.” È più sottile — e più solida. Per questi paesi l’ETS alto è comunque conveniente, ciascuno per ragioni diverse: la Svezia vende quote grazie al surplus reale; Spagna e Portogallo incassano la rendita marginalista sulle rinnovabili; Danimarca, Finlandia e Slovenia hanno industria pesante limitata e usano le entrate da aste per consolidare il vantaggio; il Lussemburgo ha un deficit quasi nullo e il suo interesse è nel trading, non nella produzione; l’Olanda ha un deficit significativo ma un peso manifatturiero strutturalmente inferiore a quello italiano.

Per l’Italia il quadro è opposto su tutti i fronti: manifattura pesante, deficit ETS strutturale elevato, e uno shock energetico da guerra che moltiplica il costo in tempo reale. Non è un problema congiunturale — è un problema di architettura.

E la prova più eloquente resta questa: guardate chi manca dalla lista. Germania e Francia. Le due maggiori economie europee, entrambe con manifattura pesante, entrambe con deficit ETS significativi, entrambe sotto pressione industriale. Non firmano. Chi tace, calcola.


Isteresi industriale: quando una fabbrica chiude, non riapre

C’è un concetto in economia industriale che i tecnocrati di Bruxelles sembrano non conoscere — o fingono di non conoscere. Quando un sistema subisce uno shock sufficientemente forte, non torna allo stato precedente nemmeno dopo che lo shock è cessato. Si chiama isteresi. La deformazione diventa permanente.

Applicato alla manifattura, il principio è brutale. Quando un’acciaieria italiana chiude perché gas raddoppiato e quote ETS rendono i costi incompatibili con qualsiasi margine, quella chiusura non è una “sospensione temporanea”. È uno smantellamento. Il personale specializzato si disperde, le competenze evaporano in mesi. E il danno non si ferma ai cancelli della fabbrica: i distretti industriali italiani funzionano per densità relazionale — togli un nodo e il network si degrada in modo non lineare. Non perdi una fabbrica — perdi un ecosistema produttivo che ha impiegato generazioni a costruirsi.

E quando il prezzo del gas scende, quella capacità produttiva non ritorna. Si è spostata in Turchia, in India, nel Sud-est asiatico. Oppure non esiste più. Nessuno ricostruisce un altoforno perché il TTF è sceso di venti euro.

A mio avviso, questo è il punto che rende la posizione degli otto non solo cinica, ma miope. L’ETS non sta “incentivando la transizione” dell’industria pesante italiana — sta incentivando la sua scomparsa. E con essa scompare anche la base imponibile, l’occupazione qualificata, l’indotto, il PIL produttivo. Alla fine del processo non avrai un’Italia decarbonizzata — avrai un’Italia deindustrializzata. La differenza è sostanziale, anche se nelle slide della Commissione le due cose sembrano identiche. Non è uno strumento neutrale rispetto alla localizzazione industriale. È selezione geografica della manifattura travestita da politica ambientale.


Il vestito del principio: interesse nazionale con grammatica europea

Quello che è successo ha un nome preciso: first-mover advantage spacciato per principio etico.

Chi è arrivato prima alla decarbonizzazione — spesso perché aveva già deindustrializzato, non per virtù climatica — ha costruito un sistema di regole che premia il proprio vantaggio acquisito. Poi, quando qualcuno arriva dopo (perché era più industrializzato, perché aveva più da perdere, perché la transizione è costosa), viene accusato di essere anti-europeo e retrogrado. Non è malizia — è peggio. È interesse nazionale con grammatica europea. Fa più danni perché è inattaccabile: chi protesta sembra il cattivo della storia.

Il linguaggio del non-paper è costruito esattamente per questo: «pietra angolare», «strumento efficiente», «stabilità normativa». Ogni parola è scelta per rendere qualsiasi critica equiparabile a un attacco ai valori fondanti dell’Unione. Chi osi mettere in discussione la «pietra angolare» sta attaccando la cattedrale. E i sacerdoti sono esattamente quelli che ci guadagnano di più. La concessione finale — «eventuali aggiustamenti mirati» — è il disinnesco classico: la porta socchiusa che non serve a entrare — serve a non sembrare che sia chiusa.


Il dazio che non si chiama dazio

In teoria del commercio internazionale esiste un principio elementare: un’unione doganale elimina le tariffe tra i suoi membri. È il motivo per cui l’Unione Europea dice di esistere. Libera circolazione di merci, servizi, capitali, persone. Nessuna barriera interna.

L’ETS reintroduce esattamente ciò che i trattati dichiarano di aver abolito.

Impone un costo differenziale alla produzione tra paesi membri, basato non sull’efficienza dell’impresa ma sul mix energetico nazionale — che a sua volta dipende dalla dotazione naturale (sole, vento, acqua) e dalle scelte storiche di investimento. L’acciaio italiano prodotto con gas naturale paga un sovrapprezzo carbonio rispetto all’acciaio svedese prodotto con idroelettrico. Non perché l’acciaieria italiana sia meno efficiente — ma perché è nata nel posto sbagliato, dal punto di vista del regolatore.

In termini pratici, l’ETS funziona come una tariffa implicita sulla produzione ad alta intensità carbonifera. Colpisce asimmetricamente i paesi membri esattamente come farebbe un dazio. Solo che non si chiama dazio, non transita per le dogane, non appare nelle statistiche commerciali, e nessuno lo porta davanti all’OMC.

L’ironia è troppo perfetta per non essere sottolineata. La stessa Unione Europea che accusa Trump di distruggere l’ordine commerciale internazionale con i suoi dazi ha costruito un sistema che produce esattamente lo stesso effetto distorsivo — ma tra i propri membri. Trump almeno li chiama dazi. Bruxelles preferisce chiamarli strumenti di mercato. Il risultato per la fabbrica che chiude è identico.

I dazi, a quanto pare, sono come il colesterolo: buoni quando li mette la UE, cattivi quando li mette Trump.

E qui entra il CBAM, il Carbon Border Adjustment Mechanism: sulla carta protegge l’industria europea dalla concorrenza extra-UE. In pratica, protegge l’acciaio svedese dalla concorrenza turca — ma non protegge l’acciaio italiano dalla concorrenza svedese. È una barriera esterna che consolida le gerarchie interne. Personalmente ritengo che questo sia il punto cieco dell’intero dibattito: si discute all’infinito sul prezzo del carbonio, sulle quote gratuite, sulla copertura del CBAM.

Ma nessuno pone la domanda strutturale: un meccanismo che produce effetti equivalenti a un dazio tra paesi che hanno rinunciato ai dazi è compatibile con i principi fondativi dell’Unione?

La risposta è sì — a patto che quei principi fondativi siano la concorrenza, non la solidarietà. E come abbiamo visto, lo sono. Articolo 119 del TFUE, nero su bianco.

Con l’euro che impedisce l’aggiustamento via cambio e l’ETS che aggiunge un costo differenziale alla produzione, i termini di scambio reali dell’Italia dentro l’Eurozona si deteriorano su due fronti simultanei. È il meccanismo che Mundell descriveva come fatale per un’area valutaria non ottimale — amplificato da uno strumento che nel 1961 non esisteva nemmeno nell’immaginazione degli economisti. Mundell non poteva immaginarlo. I tecnocrati di Bruxelles, invece, lo hanno costruito a tavolino.


Il pattern che si ripete: la solidarietà selettiva

Questo non è un episodio isolato. È un pattern strutturale dell’architettura europea. Si crea uno strumento comune — dall’ETS al MES, dal TARGET2 al NextGen — e poi chi è già avvantaggiato lo usa per consolidare il vantaggio.

Il precedente più istruttivo è quello energetico. Il 7 febbraio 2022, Biden dichiarò alla Casa Bianca, accanto al cancelliere Scholz:

“If Russia invades — that means tanks or troops crossing the border of Ukraine — then there will be no longer a Nord Stream 2. We will bring an end to it.”

Il 26 settembre 2022 quattro esplosioni distrussero i gasdotti nel Mar Baltico. Risultato: l’Europa non compra più gas russo via tubo, gli USA sono il primo fornitore di LNG europeo con circa il 45% delle importazioni nel 2024. Il costo di quella scelta non è caduto in modo uniforme: il Nord ha assorbito lo shock, il Sud ha pagato il conto. Nessun meccanismo di compensazione.

Lo schema sull’ETS è identico. La solidarietà europea funziona quando costa poco a chi la pratica. Quando costa davvero — quando richiede di rinunciare a un vantaggio competitivo acquisito — scompare. Al suo posto arrivano i documenti tecnici, le «pietre angolari», le «stabilità normative». Lo schema è sempre quello. Cambia solo l’acronimo.


L’arte della minoranza di blocco

Il non-paper degli otto non è solo un documento tecnico — è un’operazione di ingegneria istituzionale. Per capirlo bisogna conoscere l’aritmetica del Consiglio dell’Unione Europea.

Per modificare l’ETS serve una maggioranza qualificata[1]: il 55% dei paesi membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Otto paesi che si coordinano prima del vertice non stanno esprimendo un’opinione — stanno costruendo una minoranza di blocco. Non devono vincere il voto. Devono solo impedire che passi qualcosa. E il costo di coordinamento per loro è bassissimo: hanno tutti interesse allineato, per ragioni diverse ma convergenti.

Mancur Olson lo aveva teorizzato mezzo secolo fa: i gruppi piccoli e omogenei si coordinano facilmente; i grandi si frammentano. Per l’Italia, formare una coalizione opposta è strutturalmente più difficile. La Germania ha la sua industria pesante sotto pressione ma anche il più grande mercato di trading EUA del continente. La Francia ha il nucleare che la rende meno esposta. La Polonia? Stessa trincea dell’Italia, ma politicamente troppo marginale per guidare una coalizione. Chi vuole cambiare il sistema deve costruire consenso tra attori con agende diverse; chi vuole mantenerlo deve solo dire no in modo coordinato.

L’ETS esiste dal 2005. Vent’anni di regolamentazione hanno creato path dependency: operatori finanziari, burocrazie nazionali, industrie già decarbonizzate — tutti con il vantaggio competitivo legato al mantenimento del prezzo del carbonio. Paul Pierson lo chiama increasing returns: più a lungo un’istituzione esiste, più è costoso cambiarla. L’ETS potrebbe essere subottimale per l’Europa nel suo insieme. Ma è ottimale per chi ci ha costruito sopra rendite, posizioni e carriere. E quei beneficiari votano, fanno lobbying e scrivono non-paper.

Nella mia visione, il punto più cinico riguarda anche l’Italia. Si chiama fiscal illusion. I governi incassano miliardi dalle aste ETS senza che i cittadini li percepiscano come una tassa — il costo si scarica nel prezzo dell’energia, invisibile, indolore. Per un ministro delle finanze, è la tassa perfetta: alta resa, costo elettorale nullo.

Nessun governo — nemmeno quello italiano — ha davvero interesse a smantellare un meccanismo che genera 2,6 miliardi l’anno senza votare una legge di bilancio. La richiesta italiana di sospensione potrebbe essere più tattica che strategica: leva negoziale al vertice, sapendo che non passerà mai.

Se così fosse, il cinismo non sarebbe solo degli otto. Sarebbe di tutti. E le fabbriche italiane — quelle vere, con gli operai veri e i forni accesi — sarebbero la moneta di scambio di un gioco diplomatico in cui nessuno ha davvero intenzione di risolvere il problema.


La domanda che nessuno fa

Il dibattito pubblico sull’ETS è polarizzato in modo utile per chi vuole evitare la domanda vera. Da un lato i difensori del clima — «la transizione è necessaria, non si torna indietro». Dall’altro i critici del Green Deal — «stanno distruggendo l’industria europea». Entrambi litigano sul frame sbagliato.

La domanda giusta non è «sei pro o contro il clima». La domanda è: chi paga la transizione e chi la incassa?

In un sistema equo, il costo della decarbonizzazione sarebbe distribuito in modo proporzionale alla capacità di sopportarlo — non scaricato sui paesi ancora industrializzati attraverso meccanismi asimmetrici mentre i già-decarbonizzati incassano entrate da aste, rendite da rinnovabili e commissioni sul trading finanziario. Costruire strumenti che compensino i paesi più esposti non è anti-ambientalismo: è la condizione perché la transizione regga politicamente nel lungo periodo. Senza quella risposta, prima o poi qualcuno si alza dal tavolo — e non sarà colpa loro.

La transizione verde ha bisogno di essere giusta per essere duratura. Quella che stiamo costruendo è redditizia per pochi e insostenibile per molti. Una transizione costruita così non salva il pianeta — redistribuisce la manifattura. Qualcuno obietterà che l’ETS ha ridotto le emissioni del 50% dal 2005 e generato 250 miliardi per la transizione. È vero. Ma se la transizione green sia davvero ciò che racconta di essere è un’altra storia — e ve la racconterò in un’altra occasione. Per ora basti sapere che qualcuno, in qualche ufficio di Bruxelles, lo sa benissimo.


La proposta che nessuno osa fare

Qualcuno a questo punto si aspetta una lista di misure correttive. Una riforma dell’ETS con meccanismi di compensazione. Un fondo europeo per i paesi industrializzati. Una revisione della governance del carbon market per ridurre il peso degli operatori anglosassoni.

Non le troverete qui.

Non perché non esistano — esistono, e sono discusse nei corridoi di Bruxelles da chi ha interesse a sembrare riformista senza cambiare niente. Non le troverete qui perché sarebbero la risposta sbagliata alla domanda sbagliata.

Il problema non è l’ETS. L’ETS è un sintomo.

Il problema è che l’Unione Europea è stata costruita — fin dai Trattati di Roma, codificata nel testo vigente del TFUE all’articolo 119 — su “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Non è un’interpretazione: è il testo del trattato. Non sulla solidarietà. Sulla concorrenza. Tra gli stessi paesi membri. Non si può costruire un’unione sulla competizione e poi stupirsi che i più forti vincano.

L’ETS non è un’anomalia — è coerente con il progetto. Prima l’euro ha bloccato la rivalutazione del marco, permettendo alla Germania di accumulare surplus commerciali da 200 miliardi l’anno pagati implicitamente dai paesi partner. Poi il Patto di Stabilità ha eliminato la spesa in deficit per chi ne avrebbe avuto bisogno. Ora l’ETS amplifica le asimmetrie del costo energetico già esistenti — premiando chi ha già il vantaggio e penalizzando chi dipende ancora da fonti fossili per produrre. Tre meccanismi di aggiustamento rimossi in trent’anni. Sempre a beneficio degli stessi.

E quando le popolazioni sono state chiamate a pronunciarsi — Francia 2005, Olanda 2005 — lo hanno respinto. La risposta delle élite non è stata ascoltare: hanno riscritto lo stesso testo come Trattato di Lisbona e lo hanno fatto approvare dai parlamenti. Si vota finché non si vota nel modo giusto, poi si smette di chiedere. Un’istituzione costruita così non si riforma dall’interno. Ogni aggiustamento tecnico serve a prolungare la vita del paziente, non a guarirlo.

Catone il Vecchio chiudeva ogni discorso al Senato romano con la stessa frase — qualunque fosse l’argomento del giorno: “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam.” Del resto, sono del parere che Cartagine debba essere distrutta.

Non era ossessione. Era chiarezza diagnostica: finché Cartagine esiste, Roma non è al sicuro. Il problema non cambia perché l’argomento del giorno cambia.

Ceterum censeo.


🛡️ Disclaimer FINBEAR™

Questo articolo è intelligence editoriale, non consulenza finanziaria, legale o climatica. Se lo state leggendo cercando conferma alle vostre posizioni politiche preesistenti, vi state perdendo il punto — che è esattamente quello che fa comodo a chi il punto non vuole che voi troviate. FINBEAR non ha posizioni partitiche, non ha sponsor, non ha «pietre angolari» da difendere. Ha i dati e la spiacevole abitudine di seguire i soldi fino in fondo. Se quello che avete letto vi ha disturbato, è perché funziona.

© FINBEAR™ — Tutti i diritti riservati


🎭 Massima Fantiborsa™

«In Europa la solidarietà è come il petrolio: abbondante finché non serve davvero, e carissima esattamente quando non puoi farne a meno.»

— Antonio Fantiborsa


Note

[1] Base giuridica dell’ETS. L’ETS è fondato sull’Articolo 192(1) TFUE — procedura legislativa ordinaria, maggioranza qualificata — classificato come misura ambientale. L’Articolo 192(2) TFUE prevede l’unanimità per tre eccezioni: misure “di natura principalmente fiscale”, gestione delle risorse idriche e misure che “influiscono significativamente sulla scelta di uno Stato membro tra diverse fonti di energia.” L’ETS tocca entrambe le aree — gettito e mix energetico — ma la Corte ha stabilito che tali effetti non sono sufficientemente diretti e primari da far scattare l’unanimità. La Polonia ha contestato esattamente questo punto nel Caso C-5/16, impugnando la Riserva di Stabilità del Mercato (MSR) — un meccanismo chiave dell’ETS — sostenendo che incidesse sul mix energetico nazionale e richiedesse unanimità. La Corte di Giustizia (Grande Sezione, 21 giugno 2018) ha respinto il ricorso, stabilendo che l’effetto sul mix energetico deve essere “diretto e primario” per attivare l’unanimità, mentre l’ETS ha un effetto ambientale primario e solo indiretto sulle scelte energetiche. La stessa base giuridica ha permesso l’adozione del pacchetto Fit for 55 a maggioranza qualificata, nonostante l’opposizione di Polonia e Ungheria. La scelta della base giuridica non è neutrale: con l’unanimità, un singolo Stato membro avrebbe potere di veto. Anche la procedura di voto, in Europa, è un vantaggio per chi controlla le regole.


Fonti

Fonti primarie — questa analisi

Approfondimenti FINBEAR — contesto strutturale

Letteratura accademica e istituzionale — contesto teorico

‹ Torna all'Osservatorio