Venerdì 9 ottobre, mattina. Reuters: diesel americano vicino ai massimi storici, le mosse di Trump non spostano il prezzo. Undici ore dopo, Trump la soluzione l’aveva trovata, o almeno l’aveva annunciata, tra i suoi molti annunci. Non a Bruxelles, non a Berlino, non a Roma: a Mosca. Una telefonata a Putin e via: 300.000 tonnellate di diesel subito, e a salire fino a dicembre. Mosca conferma con il vicepremier Novak, il Tesoro americano firma la licenza 135: diesel russo importabile anche negli Stati Uniti, fino al 7 aprile 2027. Segnatevi la data. È il certificato di morte della linea UE, firmato a Washington e notificato a Bruxelles per conoscenza, senza nemmeno la cortesia della raccomandata.
Una settimana prima, il 2 ottobre, l’Unione europea aveva fatto la brava vassalla. Su pressione americana (chiamiamola così, che suona meglio di «ordine») aveva promesso di aprire le sue riserve di diesel, e nello stesso comunicato del G7 i leader giuravano, mano sul cuore, di mantenere le sanzioni contro la Russia. Sette giorni: tanto è durato il giuramento. Uno dei firmatari le sanzioni le ha sospese per farsi il pieno a Mosca, gli altri sono rimasti con il cerino in mano. Il vassallo ha promesso il grano, il feudatario è andato a comprarlo dal barbaro, e al vassallo non ha nemmeno telefonato.
Ai vassalli non si telefona: si comunica.
E Bruxelles? Un filo di voce. Von der Leyen, Costa, Merz, Macron, il governo italiano: mentre scriviamo, non un comunicato. Qualche diplomatico anonimo si lamenta con Le Monde: a Bruxelles il coraggio si esercita senza firma. Kallas, sabato, un post l’ha scritto: sospendere le sanzioni sul diesel russo dà a Mosca più soldi per la guerra, e l’Europa non allenterà la pressione. Anzi, rilancia: lunedì arriva il più grande pacchetto di inserimenti in lista. Washington si sfila, Bruxelles raddoppia: il padrone ha cambiato commedia, il servo continua a recitare la vecchia parte. E chi le sanzioni le ha sospese, Kallas non lo nomina: la critica c’è, il destinatario no. Gente che vede un drone russo in ogni lampione, davanti a un accordo firmato a Washington, non riesce a pronunciare la parola Washington. La voce piena la ritroverà, statene certi, con un tuffo carpiato e il vecchio grido di Guareschi: contrordine, compagni! A difendere «gli alleati europei» ci hanno pensato tre senatori democratici americani: alla UE serve l’opposizione americana per ricordarsi che esiste. Non è prudenza. È il silenzio del cameriere quando il padrone cambia menù: si prende l’ordinazione, si abbassa lo sguardo, si porta il piatto.
Eppure di guerra, a Bruxelles, parlano tutti i giorni, con l’entusiasmo di chi al fronte manderà i figli degli altri. Merz ha trovato la formula da tesina di maturità: non siamo in guerra, ma non siamo più in pace. Tradotto: la guerra non c’è, il bilancio di guerra sì. La Commissione, intanto, progetta il muro anti-drone per il 2027: dopo la linea Maginot, la linea Kallas. Com’è finita la prima lo sappiamo: il nemico ci è passato intorno.
I droni ci sono, sia chiaro: sopra aeroporti, caserme e ospedali, e a dar retta ai telegiornali presto anche sopra i pollai, con il gallo richiamato alle armi. Ma in Danimarca i voli illegali di droni vicino agli aeroporti erano 92 nel 2024 e 107 nel 2025. Il fenomeno c’era già; è cambiato il copione, perché la paura, a Bruxelles, è l’unica politica industriale che funziona.
E l’ultima volta che l’Europa ha guardato a est, la bomba era sott’acqua. Settembre 2022: saltano i gasdotti Nord Stream, e il giorno dopo Mychajlo Podoljak, consigliere di Zelensky, ha già la sentenza: «un attacco terroristico pianificato dalla Russia». Quattro anni dopo, secondo la procura federale tedesca, a farli saltare sarebbe stata una squadra coordinata da un ufficiale delle forze speciali ucraine, «per conto di organi statali ucraini». Kiev nega, il processo si apre ad Amburgo a fine ottobre. Riassumo piano, per chi a Bruxelles legge con il dito: se i magistrati tedeschi hanno ragione, Berlino continua a firmare assegni a chi le ha fatto saltare il gasdotto, e ringrazia pure. Permetteteci di aspettare la sentenza, prima di credere al prossimo drone.
A Kiev, intanto, gli inquirenti lavorano. Con l’operazione Midas l’anticorruzione ucraina ha scoperto manager ombra che, secondo l’accusa, chiedevano il 10-15% su ogni contratto di Energoatom, il nucleare di Stato; nell’appartamento del presunto capo, scrive la stampa, un water d’oro. Bruxelles non se n’era accorta: era impegnata a contare i droni. Il sacrificio è di tutti, il gabinetto è di pochi.
Poi c’è il soldato russo di Schrödinger: morto di fame e invincibile nello stesso momento, a seconda di chi apre la scatola e di cosa c’è da votare quella settimana. Nel 2022 von der Leyen ci spiegava che l’esercito russo smontava i chip dalle lavastoviglie per riparare le armi; nel 2023 l’intelligence britannica lo descriveva all’assalto con una pala progettata nel 1869; nel 2025 arrivavano gli asini per portare le munizioni al fronte. E l’allora ministro britannico della Difesa Wallace raccontava di un’unità russa mandata a combattere senza cibo e senza calzini.
Questo stesso esercito, scalzo, affamato, con la pala e l’asino, entro il 2029 potrebbe attaccare la NATO: parola di Rutte e Pistorius. Ricapitoliamo il racconto: le sanzioni, giurava von der Leyen nel 2022, avevano ridotto la loro industria a brandelli; i guai, però, li abbiamo noi. Eppure per fermare quei brandelli serve il piano ReArm Europe, fino a 800 miliardi. Ottocento miliardi per fermare un asino: a Bruxelles lo chiamano minimo sindacale. Sono imbecilli? No, sono venditori. Imbecille è chi compra, e noi, a rate, stiamo comprando tutto il catalogo, estensione di garanzia compresa.
Keynes, il nome che in quel covo di neoliberisti non si pronuncia nemmeno sottovoce, lo aveva scritto nel 1940: in democrazia, la spesa che salva l’economia sembra possibile solo in guerra. Ottantasei anni dopo, eccoli. Per quindici anni ci hanno fatto la predica: i soldi non ci sono. Ai greci hanno mandato la Troika, a noi la lettera della BCE del 2011 firmata Trichet e Draghi, a tutti i compiti a casa con la matita rossa. Per i carri armati, a Berlino, hanno cambiato la Costituzione e tolto la spesa militare dal freno al debito, il dogma che aveva messo a dieta mezza Europa. In tre settimane.
È il keynesismo con l’elmetto: vietato per ospedali e pensioni, obbligatorio per i missili. Il rigore era un dogma; è bastato un drone per scoprire che era un’opinione.
E l’energia, chi l’ha pagata? Nel 2021 il petrolio russo valeva l’8% delle importazioni petrolifere americane e il 27% di quelle dell’Unione. Washington ha sanzionato quello che le costava poco, la UE quello che le costava tutto. Le sanzioni alla Russia, in pratica, le abbiamo pagate noi.
Al posto del fornitore russo è arrivato quello americano, che nel secondo trimestre di quest’anno valeva il 63% del gas liquefatto importato dall’Unione. Washington ci ha detto di smettere di comprare dal russo, poi ci ha venduto il suo, e adesso dal russo compra lei: come lo spacciatore che ti fa la predica sulla droga, ti vende la sua e poi va a rifornirsi dal concorrente.
Bruxelles, nel frattempo, si è pure incatenata da sola. Il divieto del gas russo, che come sanzione avrebbe richiesto l’unanimità, l’hanno battezzato «misura commerciale» e votato a maggioranza, scavalcando Ungheria e Slovacchia. Quando una regola dà fastidio, a Bruxelles non la cambiano: le cambiano nome. E il veto non è un capriccio: è l’ultimo pezzo di sovranità rimasto, il potere di dire no. Oggi lo tolgono a Budapest e a Bratislava, domani a Roma.
Per noi, poi, c’è di mezzo la Costituzione. L’articolo 11 non dice che l’Italia evita la guerra: dice che la «ripudia». E consente, «in condizioni di parità con gli altri Stati», solo le «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Limitazioni, non cessioni: chi limita resta padrone, chi cede no. Ma da noi si dice «cessione di sovranità», e lo spostamento semantico è servito, lo stesso trucco della misura commerciale. Parità vera, non subordinazione: altrimenti non è un’Unione, è un condominio dove i millesimi li hanno gli altri e le spese le paghi tu.
E l’ordinamento della pace? Il Trattato dice che l’Unione «si prefigge di promuovere la pace». E la promuove con lo Strumento europeo per la pace, che paga «attrezzature militari concepite per l’uso letale della forza». Orwell l’aveva scritto, la guerra è pace. A Bruxelles ci hanno fatto un fondo.
E come dimenticare il nostro Draghi: «Preferiamo la pace o l’aria condizionata accesa tutta l’estate?». Due settimane dopo, Palazzo Chigi comprava 57 condizionatori nuovi. Gli italiani hanno avuto il condizionatore spento, la bolletta accesa e la pace mai vista. Tre anni dopo, a Rimini, lo stesso Draghi certificava che la UE, pur avendo dato il maggior contributo finanziario alla guerra, era rimasta spettatrice della pace. Come il medico che ti prescrive la cura e poi, al funerale, certifica che non ha funzionato.
Applausi …
Il cui prodest è da prima elementare. Mosca incassa e torna a sedersi al tavolo con Washington. Washington si compra qualche settimana di prezzi meno folli prima delle elezioni del 3 novembre. Le élite europee si comprano tempo: finché si parla di droni, nessuno parla di loro. Il nemico alle porte è da sempre il miglior alleato di chi governa male: l’elmetto non serve a proteggere la testa dei cittadini, serve a coprire la faccia di chi governa.
Perché la disgrazia dell’Europa non è Putin, non è Trump, non è il drone sopra il pollaio. La disgrazia sono loro.
Il conto lo pagano i soliti: alla pompa, in bolletta e nel debito che erediteranno i figli. E a chi osa chiedere il conto, la risposta è già pronta: putiniano. Putiniano, sì. Allora ditelo anche a Trump, che da venerdì fa il pieno a Mosca. Trovate il coraggio di dirglielo, a Washington. Non lo troverete: il cameriere non dà del putiniano al padrone.
Ceterum censeo Bruxelles esse delendam.
📜 Disclaimer & Massima Fantiborsa™
🛡️ Disclaimer FINBEAR™: Questo articolo non è un consiglio d’investimento, né un bollettino di guerra, né un avvistamento di droni. È una lettura dei fatti, con le fonti in vista e il veleno dichiarato. Se dopo averlo letto correte a comprare azioni della difesa perché “tanto la guerra arriva”, il problema non è il mercato: siete voi.
🎭 Massima Fantiborsa™ del giorno:
“Le sanzioni sono come la Quaresima in convento: digiunano i frati, e il priore va a cena dal diavolo.”
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Fonti principali
- Reuters via Yahoo Finance — diesel USA ai massimi (9 ott 2026)
- Yahoo Finance — l’annuncio di Trump sul diesel russo (9 ott 2026)
- TASS — Novak conferma il calendario (10 ott 2026)
- OFAC — General License 135
- Consiglio UE — Dichiarazione G7 sulla sicurezza energetica (2 ott 2026)
- Kyiv Independent — i senatori Shaheen, Schumer, Warren
- Anadolu (anews) — Kallas su X: «Not the time to ease pressure on Russia» (10 ott 2026)
- Le Monde — i diplomatici europei e l’accordo sul gasolio (10 ott 2026)
- Sächsische Zeitung (dpa) — Merz: «Wir sind nicht mehr im Frieden» · Naharnet — la tabella di marcia anti-drone UE
- Encyclopedia.com — la linea Maginot aggirata dalle Ardenne (1940)
- Euronews — i droni vicino agli aeroporti danesi
- Ukrinform — Podoljak: “attacco terroristico pianificato dalla Russia” (27 set 2022)
- Reuters via ThePrint — incriminazione per il Nord Stream · Thepublic.info — il processo di ottobre
- OCCRP — operazione Midas · Censor.net — il water d’oro di Mindich
- Ukrinform — von der Leyen, Stato dell’Unione 2022: i chip e l’industria russa «in tatters» · Kyiv Post — le pale (2023) · Kyiv Post — gli asini (2025)
- The Daily Beast — intervista a Ben Wallace (24 nov 2022) · Il Foglio (26 nov 2022)
- Liga.net — Rutte · Liga.net — Pistorius
- Overt Defense — ReArm Europe, fino a 800 miliardi (4 mar 2025)
- Il Post — la lettera della BCE del 5 agosto 2011, firmata Trichet e Draghi
- UPI via Yahoo — la riforma del freno al debito al Bundestag
- EIA — quota russa sull’import USA 2021 · Relazione generale UE 2022
- Eurostat — GNL, secondo trimestre 2026
- Hellenic Shipping News — il divieto del gas russo a maggioranza
- Studio Cataldi — art. 11 della Costituzione, testo
- Trattato sull’Unione europea, art. 3 — «L’Unione si prefigge di promuovere la pace»
- Italpress — Strumento europeo per la pace: «attrezzature militari concepite per l’uso letale della forza» (17 ott 2022)
- Unione Sarda — Draghi: «Preferiamo la pace o l’aria condizionata accesa tutta l’estate?» (6 apr 2022) · L’Indipendente — i 57 condizionatori · Quotidiano.net — Draghi a Rimini (2025)